Uno Sgarb(i)ato Crescent al/luci/nante…

Pubblichiamo questo articolo per il suo notevole contributo teorico-critico su alcune scelte architettoniche ed eventi artistici praticati nella nostra città che per effetti di essi diventa sempre più una città senza senso e senno. Il titolo dell’articolo è redazionale.

crescentlucicriticodi Marcello Francolini*, dalla prima pagina di “Cronache del salernitano” del 7.11.2013

Come spesso capita in questa città il clima è stato quello dell’accondiscenza, solo che non c’è stata nessuna visione critico-estetica funzionali delle Luci d’artista, ma il tutto si è ribaltato in una manifestazione di fede, da parte di Sgarbi, del lavoro lungimirante, mecenatico e visionario del Nostro sindaco, unico pastore fra molte capre d’Italia.

Siccome il critico non ha criticato, non avrà pensato che nella città, che vanta la prima cattedra della storia dell’arte italiana con Filiberto Menna, manchi una visione analitica, non dico della storia dell’arte, ma  di ciò che di arte ci vogliono propinare a tutti i costi?

A parte i costi del Crescent, delle Luci d’artista, del critico accondiscendente e del sindaco onnisciente, bisognerebbe interrogarsi sull’economia dei valori a cui seguono queste pseudo manifestazioni artistiche.

Si vanta ormai questo rapporto decennale con la città di Torino, la quale al di là delle luci, alimenta il dibattito artistico con numerose strutture edite al contemporaneo come il Castello di Rivoli, la GAM, la Fondazione Merz, la Fondazione Sandretto Re Rebaudegno e perfino con un Museo per l’arte urbana, ovvero con opere installate in giro per i quartieri torinesi: il MAU.

In questo quadro complessivo della scena le Luci torinesi possono vantare la collaborazione di artisti internazionali come Buren, Casorati, Hom, Merz, Paolini, Pistoletto, Zorio e tanti altri.

La questione posta, già delinea una differenza: la luce torinese si fa installazione mentre quella salernitana resta una luminaria.

Abbiamo creduto che aggiungendo il sostantivo “artista” a luci avremmo creato un evento di richiamo internazionale. Siccome non vantiamo l’attività artistica di Torino, le nostre luci avrebbero potuto rappresentare un serio momento di dibattito sulla funzione di illuminazione attraverso un modo nuovo di “fare luce”. Non vantando della collaborazioni di artisti internazionali, puntando su un lato solo estetico le nostre luci perdono qualsiasi confronto con la realtà, dove l’arte contemporanea si fa sul serio, e di conseguenza al posto di contare su una globalizzazione degli eventi, si sarebbe potuto contare sulla glocalizzazione del nostro territorio. dove Luci d’artista poteva trovare un equilibrio fra estetica e funzionalità, alimentando un dibattito sulle nuove tecnologie e sui sistemi più colti di economia cittadina in merito all’illuminazione urbana.

Non era necessario spacciare “natalizie paesane” per opere d’arte illudendo i salernitani che questo è quanto di contemporaneo può fare la nostra città.

Ma tornando all’equivoco tra estetico e funzionale, esso è più vivo che mai a Salerno e, sorvolando sulle luci, lo vediamo mescolato nella consistenza cementizia del tessuto urbano: il Crescent.

“La massa, ha sottolineato Sgarbi, si annulla e funziona perfettamente anche grazie al motivo dorico che determina un chiaro riferimento ai templi di Paestum.” Siccome è noto che la mezzaluna di Bofil è un replicante di decine di altri esempi nel mondo ora: o Bofil ha sempre tenuto a cuore Paestum o ha costruito la mezzaluna in altrettanti centri di origine greco-romana.

Ne l’una, ne l’altra. Il dorico bofiliano è una caratteristica del suo moderm classicism oltretutto filtrato attraverso il neoclassicismo che in una parola si chiama postmoderno.

Sgarbi non avrà visto bene, quelle colonne non sono certo in marmo, sono corpi posticci che nascondono lo scheletro di cemento. Esse sono una perfetta metafora visiva della “simulazione della simulazione”, questa doppia falsità delle nostre società che erige la menzogna a valore universale finanche nell’architettura.

Lo stesso Crescent di Bofil appartiene a quell’operazione iniziata nel 1992 con il Donnelley Building di Chiacago di “semplificazione del classico”. L’opera tutta si esaurisce in un citazionismo autoreferenziale, che comporta l’innesco di citazioni forti (le colonne, i rosoni, i timpani ecc.) sul razionalismo modernista. Ovviamente queste citazioni, altro che alleggerire l’impatto come dice Sgarbi, appaiono estranee alla trama di fondo con l’unico risultato di negare il vocabolario classico mentre lo si usa.

Un ‘ambiguità della significanza.

Questa costruzione imponente è in perfetta simbiosi con l’ambiguità della politica attuale, ovviamente la scelta doveva essere un’architettura commemorativa e celebrativa.

Collezioniamo gli archistar trattando la città come un praticello di sculture ammassate tutte insieme, senza nessuna organicità fra di loro. Fra gli archistar vige la tendenza a rendere autonoma la forma degli edifici, a concepirli come opera di pura sperimentazione artistica, indifferenti e talvolta addirittura ostili, alla funzione che essi sarebbero chiamati ad accogliere.

Non c’è bisogno di essere  monumentali per essere attuali.

Essere una città futuribile, significa indirizzare le scelte che abbiano validità nella lungimiranza non che adottino modelli importanti del presente che già diviene passato e ci costringe ad un eterno “inseguire”.

Credo che questa deriva monumentale delle costruzioni, per gli ingenti investimenti di risorse finanziarie e materiali che comporta, per la sua implicita tendenza a sfuggire a ogni controllo di pianificazione e di valutazione ambientale, rende l’architettura un partener poco affidabile in un tentativo di rinascita dalla crisi economica e culturale.

Marcello Francolino, critico d’arte.

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