Tags e contenuti. Il pensiero meridiano e la rappresentanza politica

 

Riflessioni sull’editoriale di Vittorio Dini su Tags, trimestrale della camera del commercio salerntana.

La politica classica cioè il progetto di una vita migliore e dell’organizzazione di una potenza (le lotte) per realizzarla è scaduta, ormai da decenni, nel politicismo fino a sedimentarsi in una forma corrotta e corruttrice che tutti abbiamo sotto gli occhi.

Piu’ elegante e delicato è stato il prof. Vittorio Dini nel definirla nel suo editoriale sul nuovo trimestrale della camera del commercio salernitana, TAGS.

Qui Dini afferma che a partire dal ’68 è la vita stessa – con le sue dicotomie aborto-donazione, la biodiversità, la differenza ed i rapporti (e le rotture n.d.r.) di genere, la coniugazione difficile uomo-ambiente, le incongruenze nella catena alimentare, le contraddizioni di un modello di sviluppo, i flussi migratori abnormi, ecc. – a pervadere la sfera pubblica, imponendo scelte nella concreta esistenza.

Facendo ciò il prof. bada a non nominare mai la parola biopolitica per non distanziarsi dalla rappresentanza politica, da cui non riesce a separarsi, a criticarla compiutamente.

Il prof. riesce a capire ed ad affermare che la mediazione rappresentativa della complessità e dell’alterità dei bisogni e dei desideri della vita umana (ed anche le differenze dei territori e delle identità costruite su questi, aggiungiamo noi) è in una crisi profonda ma arriva ad ipotizzare le possibilità che questa possa superarsi in una nuova politica che, addirittura, non sia universalistica e sovrana e che sia anche capace di ribaltare il modello di arretratezza del nostro meridione superando la “teoria degli stadi” di sviluppo delle società moderne oltre, ancora, ad essere capace (la rappresentanza) di divenire multiversa, multirazziale ed autonoma (nella vita e non nella sua naturale autonomia politica???) spingendosi fino ad affermare che la rappresentanza possa porsi al di là l’economia e la moneta come mezzi unificanti della nazione.

Ma non basta. La rappresentanza dovrebbe fare tutto questo senza rinunciare alla sintesi – la quale se non è universalistica che cosa è?

Ma la vita non può essere ridotta ad una sintesi, ad una nuova astrattezza rappresentativa non fosse altro perchè essa deve arrivare inevitabilmente nella morte, deve trasformarsi in morte e non in una forma eterna data dalla rappresentanza.

La vita, umana e non, deve per forza sedimentarsi nell’immanenza di ciò che si è diventati, di ciò che si è fatto e delle relazioni che si sono riuscite a instaurare. Essa è inesorabilmente nell’immanenza della forma che diviene e non in una nuova rappresentanza ideale. Coniugabile politicamente.

In altre parole la rappresentanza e le identità territoriali costruita da essa – come terroni e polentoni o meglio lumbard e meridionali o ancora italiani e stranieri – non ammettono sintesi e coniugazioni rappresentative. Esse sono in quanto immanenze e non identità politiche, filosofiche, estetiche ecc. e non possono essere coniugati in una qualsivoglia sintesi rappresentativa e nella sua gestione politica. Senza che quest’ultima non diventi  biopolitica. Cioè da politica, progetto, domino esterno alla vita si innervi nella vita stessa senza separarsi da essa nella rappresentazione.

Oggi la rappresentanza e la sua gestione politica sono marciscenti. Hanno compiuto il loro ciclo storico. Sono impossibilitati a divenire ancora coesione comune.

E’ la biopolitica che può iscriversi nel corpo della vita senza gestirla come dominio esterno  mantenendo e sviluppando le differenze reali (terroni-polentoni) e a connettere ed a praticare il comune delle differenze invece di produrre immagini di identità nel compromesso politico dell’idealità rappresentativa.

Storicamente non sono state forse proprio le nuove istituzioni della potenza del lavoro – nate dalla marciscenza del superato – che hanno cancellato e distrutto le vecchie istituzioni fondate sul diritto del sangue? Quelle aristocratiche? E perchè mai, oggi, il comune e la sua potenza non potrebbero sedimentare le proprie istituzioni oltre quelle attuali del pubblico-privato? Istituzioni che hanno nell’immanenza e non nella rappresentanza la loro costituente?

Ed è per questo che anche il discorso finale sull’Europa, che fa il prof., nonostante sia valido e necessario, diventa inefficace ed improduttivo perchè non riesce a prendere le necessarie  distanze dalla rappresentanza e dalle identità territoriali e nazionali da essa costruite.

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