Subcomandante Marcos: Ultime parole prima di morire. Tra luce e ombre

ezlnDa Globalproject.

Pubblichiamo le ultime parole del subcomandante Marcos prima di cessare di esistere. La traduzione è a cura di Daniele Fini. Mi sono permesso alcune traslazione alla traduzione. Prbdottnessuno

Chiapas 24 maggio 2014 da La Realidad, Pianeta Terra

 

Compagna, compagnoa, compagno,

buona notte, buonasera, buongiorno. Dovunque sia la vostra geografia, il vostro tempo e il vostro modo. Buona alba.

Vorrei chiedere alle compagne, compagni e compagnei della Sexta che vengono da fuori, in particolare ai mezzi di informazione indipendenti dei compagni, la vostra pazienza, tolleranza e comprensione per ciò che dirò, perché queste saranno le mie ultime parole in pubblico prima di cessare di esistere.

Mi rivolgo a voi e a coloro che attraverso di voi ci ascoltano e ci guardano.

Forse all’inizio o nel mentre leggete queste parole, crescerà nel vostro cuore la sensazione che qualcosa è fuori luogo, che qualcosa non quadra, come se mancassero uno o più pezzi per sciogliere l’enigma che vi si mostrerà. E’ vero, manca quello che ci manca nella realtà.

Forse nei giorni, settimane, mesi, anni, decadi che verranno si capirà meglio quello che diciamo ora.

Le mie compagne e compagni dell’EZLN in tutti i livelli dell’organizzazione non si preoccupano, perché è questo il nostro modo di fare: camminare, lottare, sapendo sempre che manca quello che manca. Inoltre, che non si offenda nessuno, l’intelligenza dei compagni e compagne zapatisti è molto più in alto della media. Ma siamo soddisfatti e orgogliosi che sia di fronte alle compagne, ai compagni e alle compagnei, che l’EZLN e la Sexta insieme facciano conoscere questa decisione collettiva.

E’ un bene che siano i mezzi di informazione liberi, alternativi, indipendenti, di questo arcipelago di dolori, rabbie e lotta dignitosa con cui ci chiamiamo, la Sexta, a diffondere quanto vi dirò. Se altri vogliono sapere cosa è successo oggi dovranno apprenderlo dai mezzi di informazione indipendenti. Benvenute e benvenuti nella realtà zapatista.

I.- Una decisione difficile.

Per noi zapatiste e zapatisti, quando irrompemmo e interrompemmo nel 1994 con sangue e fuoco non iniziava la guerra. La guerra dall’alto la stavamo già subendo da secoli, con la morte e la distruzione, la spoliazione e l’umiliazione, lo sfruttamento ed il silenzio imposto al vinto. Nel 1994 per noi iniziava uno dei molti momenti della guerra in basso contro quelli in alto, contro il loro mondo.

La guerra di resistenza che si combatte quotidianamente nelle strade di qualsiasi angolo dei cinque continenti, nei campi e nelle montagne, era ed è la nostra guerra come quella di molte e molti del basso per l’umanità e contro il neoliberismo.

Perchè contro la morte pretendiamo la vita.
Contro il silenzio esigiamo la parola e il rispetto.
Contro l’oblio, la memoria.
Contro l’umiliazione e il disprezzo, la dignità.
Contro l’oppressione, la ribellione.
Contro la schiavitù, la libertà.
Contro l’imposizione, la democrazia.
Contro il crimine, la giustizia.

Chi, con un po’ di umanità nelle vene può o potrebbe essere contro queste richieste? E allora molti ci ascoltarono.

La guerra che abbiamo iniziato ci ha dato il privilegio di arrivare ad orecchi e cuori attenti e generosi e a geografie vicine e lontane. Mancava quel che mancava e manca quel che manca, però raggiungemmo allora lo sguardo dell’altro, il suo ascolto e il suo cuore. E sentimmo la necessità di rispondere ad una domanda decisiva:

“Cosa viene dopo?”.

Nelle tenebrose ipotesi della vigilia della guerra non c’era data la possibilità di farci altra domanda. E così, questa domanda, ci portò ad altre domande.

Preparare ai prossimi la strada della morte?
Formare ulteriori e migliori soldati?
Investire sforzi nel migliorare la nostra malconcia macchina per la guerra?
Simulare dialoghi e disponibilità alla pace, continuando a prepararci per nuovi attacchi? Ammazzare o morire come unico destino?
O dovevamo ricostruire la strada della vita che avevano distrutto e continuano a distruggere quelli in alto?
La strada non solo dei popoli indigeni, ma anche dei lavoratori, studenti, maestri, giovani, contadini, oltre a tutte quelle differenze che si celebrano in alto mentre in basso si perseguono e si puniscono. Dovevamo inserire il nostro sangue nella strada che altri dirigono verso il Potere o dovevamo voltare il cuore e lo sguardo verso quelli che siamo e a quelli che sono come noi, cioè i popoli originari, guardiani della terra e della memoria?

Nessuno ascoltò allora, però nei primi balbetti che furono le nostre parole avvertimmo che il nostro dilemma non era tra negoziare o combattere, ma tra morire o vivere. Chi avesse avvertito allora che questo iniziale dilemma non era individuale, forse avrebbe capito meglio quello che è successo nella realtà zapatista negli ultimi 20 anni.

Però ci scontrammo con questa domanda e questo dilemma. E scegliemmo.

Invece di dedicarci a formare guerriglieri, soldati e squadroni, preparammo promotori di educazione, di salute e si costruirono le basi della nostra autonomia che oggi meraviglia il mondo. Invece di costruire caserme, migliorare il nostro armamento, costruire muri e trincee, si costruirono scuole, si costruirono ospedali e centri di salute, migliorammo le nostre condizioni di vita. Invece di lottare per occupare un posto nel Partenone delle morti dal basso, scegliemmo di costruire la vita.

Tutto questo nel mezzo di una guerra che anche se silenziosa non era meno letale.

Perché, compagni, una cosa è gridare “non siete soli” e un’altra è affrontare da solo, con il proprio corpo una colonna di blindati di truppe federali, come successe nella zona Los Altos de Chiapas e, se si ha fortuna, qualcuno se ne accorge, e se hai ancora più fortuna, quel qualcuno si indegna, e, sempre con più di fortuna, quello che si indegna fa qualcosa.

Nel frattempo, i carri armati sono fermati dalle donne zapatiste, e in mancanza di armi adeguate fu a suon di offese e di pietre che il serpente di acciaio dovette tornarsene indietro. E nella zona Norte de Chiapas, ci fu la nascita e lo sviluppo dei sicari armati dei latifondisti, riciclati allora come paramilitari. E nella zona Tzotz Choj, si subirono le aggressioni continue di organizzazioni “contadine” che di “indipendenti” non hanno nemmeno il nome. E nella zona della Selva Tzeltal subimmo l’attacco della alleanza fra paramilitari e contras.

E una cosa è gridare “Tutti siamo marcos” “Non tutti siamo marcos”, a seconda dei casi, e un’altra è la persecuzione con tutta la macchina di guerra, l’invasione dei villaggi, le perlustrazioni delle montagne, l’uso di cani addestrati, le pale degli elicotteri artigliati che scompigliano i rami degli alberi di ceiba, il “wanted vivo o morto” che nacque nei primi giorni del gennaio del 1994 e raggiunse il suo livello più isterico nel 1995 e il resto del sessennio di chi è attualmente è impiegato di una multinazionale, che la Selva Fronteriza, soffrì dal 1995 a cui si sommano poi la stessa sequenza di aggressioni da parte di organizzazioni “contadine”, uso dei paramilitari, militarizzazione, attacchi.

Se c’è un qualche mito in tutto questo non è il passamontagna, ma la menzogna che ripetono da quei giorni, persino ripresa da persone con alti studi, per cui la guerra contro gli zapatisti sarebbe durata solo 12 giorni.

Non farò un racconto dettagliato. Qualcuno con un poco di spirito critico e di serietà può ricostruire la storia. Potrà fare le somme e le sottrazioni per un bilancio e stabilire se furono più i reporter o i poliziotti e i soldati, più gli inganni o le minacce e gli insulti, se lo scopo fosse quello di fotografare o di catturare “vivo o morto”, il passamontagna.

In queste condizioni, a volte solo con le nostre forze, altre con il sostegno generoso e incondizionato di gente buona di tutto il mondo, si avanzò nella costruzione, ancora incompiuta ma già definita, di quello che siamo.

“Siamo i morti di sempre, che nel morire di nuovo, adesso, vivono”, non è stata solo una frase, fortunata o sfortunata, a secondo da dove la si valuta, se dall’alto oppure dal basso, É la realtà.

E quasi 20 anni dopo…

Il 21 di dicembre del 2012, quando la politica e l’esoterismo coincidevano, come altre volte, nel predicare catastrofi per quelli di sempre, quelli in basso, ripetemmo il colpo di mano del 1 gennaio del ’94 e, senza sparare un solo colpo, senza armi, solo con il nostro silenzio, umiliammo di nuovo l’orgoglio delle città culla e nido del razzismo e del disprezzo. Se il primo di gennaio 1994, migliaia di uomini e donne senza volto attaccarono e fecero arrendere le guarnigioni che proteggevano le città, il 21 di dicembre del 2012 furono decine di migliaia quelle che occuparono senza pronunciare parole gli edifici nei quali si celebra la nostra sparizione.

Il solo fatto inappellabile che l’EZLN, non solo non si era indebolito nè tanto meno era sparito, ma cresciuto, quantitativamente e qualitativamente, sarebbe bastato perché qualsiasi mente intelligente capisse si rendesse conto che, in 20 anni, qualcosa era cambiato all’interno dell’EZLN e delle comunità.

Forse più di uno crede che abbiamo sbagliato a fare queste scelte, che un esercito non può e non deve impegnarsi in pace. E lo si crede per molte ragioni, ma la principale rimane quella che con questa forma finiremo per scomparire. Forse è vero. Forse ci siamo sbagliati a coltivare la vita invece di elogiare la morte.

Ma noi prendemmo questa decisione ascoltando noi stessi. Non ascoltammo coloro che chiedono sempre la lotta a morte, quando i morti sono quelli degli altri. Prendemmo la decisione guardandoci e ascoltandoci, essendo il Votán, lo spirito guardiano, collettivo che siamo. Scegliemmo la rivolta, cioè la vita.

Questo non vuol dire che non sapessimo che la guerra dall’alto avrebbe cercato sempre di imporre di nuovo il dominio sopra di noi. Sapevamo e sappiamo che una volta ed un altra ancora dovevamo difendere come siamo e ciò che siamo. Sapevamo e sappiamo che ci dovrà essere la morte, perché ci sia la vita. Sapevamo e sappiamo che per vivere, moriamo.

II.- Un fallimento?

Dicono che non abbiano ottenuto niente per noi. Non smetterà mai di sorprenderci l’impudenza che si usa contro questa posizione. Pensano che i figli e le figlie dei comandanti e le comandanti dovrebbero usufruire di viaggi all’estero, di studi in scuole private e poi di alti posti nelle imprese e nella politica. Che invece di lavorare la terra per ottenere il cibo attraverso il sudore, dovrebbero farsi belli nelle reti sociali e divertirsi nelle discoteche, esibendo il lusso. I subcomandanti dovrebbero procreare ed ereditare ai loro discendenti i loro incarichi, i benefici, i palcoscenici, come fanno i politici di tutti i tipi. Che dovremmo, come fanno i dirigenti della CIOAC-H e di altre organizzazioni contadine, ricevere privilegi e soldi attraverso progetti, tenerci per noi la maggior parte di essi e lasciare alle basi solo le briciole, in cambio di esecuzioni di ordini criminali dall’alto. Però è vero, non abbiamo ottenuto niente per noi.

Difficile credere che vent’anni dopo quel ´nada para nosotros´ risulti che non era solo uno slogan, una frase buona per cartelli e canzoni, ma una realtà. La realtà. Se essere coerenti è un fallimento, allora l’incoerenza è la strada per il successo, la via al Potere. Ma noi non vogliamo andare da quella parte. Non ci interessa. Con questi parametri preferiamo fallire che trionfare.

III.- Il cambio.

In questi 20 anni c’è stato un cambio molteplice e complesso nell’EZLN. Alcuni hanno notato solo il più evidente, quello generazionale. Ora stanno portando avanti la lotta e dirigendo la resistenza quelli che erano piccoli o ancora non erano nati all’inizio dell’insurrezione. Ma alcuni studiosi non si sono resi conto di altri cambiamenti, come quello di classe: da classe “media istruita” siamo diventati la classe dell’indigeno contadino. Quello di etnia: dalla direzione meticcia siamo passati alla direzione nettamente indigena. E nemmeno si sono accorti del più importante, quello del cambiamento di pensiero: dall’avanguardismo rivoluzionario al comandare obbedendo. Dalla presa del Potere in Alto alla creazione del potere dal basso. Dalla politica professionale alla politica quotidiana. Dai dirigenti ai villaggi. Dall’emarginazione di genere, alla partecipazione diretta delle donne. Dalla discriminazione dell’altro, alla celebrazione della differenza.

Non mi estenderò ulteriormente su questo, perché è stato proprio il corso “La Libertà secondo gli/le zapatisti/e” l’opportunità di constatare se nel territorio organizzato conta più il personaggio della comunità.

Personalmente, non capisco perché della gente pensante che afferma che la storia la fanno i popoli, si spaventi così tanto di fronte all’esistenza di un governo del popolo dove non appaiono gli “specialisti” nel governo. Perché hanno così tanto timore che siano i villaggi quelli che comandano, quelli che dirigono i loro propri passi? Perché muovono la testa con disapprovazione di fronte al comandare obbedendo? Il culto dell’individualismo incontra nel culto dell’avanguardismo il suo estremo più fanatico.

Quello che li terrorizza e li deprime ed alla fine li fa andare via per continuare a cercare qualcuno che parli di avanguardie e leader è stato, evidentemente, che gli indigeni domandino e comandino e che adesso è un indigeno il portavoce e il capo. Perché c’è razzismo anche nella sinistra, soprattutto in quella che si pretende rivoluzionaria. L’ezetaellenne non è di questi. Per questo non chiunque può essere zapatista.

IV.- Un ologramma che cambia e nel suo modo. Quello che non sarà.

Prima dell’alba del 1994, ho passato 10 anni in queste montagne. Conobbi e mi relazionai personalmente con alcuni della cui morte morimmo in molti. Conosco e mi relaziono con tanti altri che oggi sono qui con noi. Molte albe ho trovato me stesso cercando di digerire le storie che raccontavano, i mondi che disegnavano con silenzi, mano e sguardi, la loro insistenza nel segnalare qualcosa al di là. Era un sogno quel mondo, così altro, così lontano, così altrui? A volte pensai che erano andati troppo avanti, che le parole che ci guidarono e ci guidano venivano da tempi per i quali non c’erano ancora i calendari, persi come stavano in geografie imprecise dove sempre il dignitoso sud è onnipresente in tutti i punti cardinali. Poi ho saputo che non mi parlavano di un mondo inesatto e, per tanto, improbabile, ma era questo mondo che già andava nel loro passo. Voi non lo vedeste? Non lo vedete?

Non abbiamo ingannato nessuno in basso. Non nascondiamo che siamo un esercito, con la sua struttura piramidale, il suo centro di comando, le sue decisioni dall’alto verso il basso. Non per ingraziarsi i libertari, né per moda neghiamo quello che siamo. Però chiunque può vedere adesso se il nostro è un esercito che soppianta e impone. E devo dire questo, per il quale ho già chiesto l’autorizzazione al compagno Subcomandante Moisés per farlo: “Niente di ciò che abbiamo fatto, nel bene e nel male, sarebbe stato possibile se un esercito armato, quello zapatista di liberazione nazionale, non si fosse alzato contro il cattivo governo esercitando il diritto alla violenza legittima. La violenza di colui che sta in basso di fronte alla violenza di colui che sta in alto.” Siamo guerrieri e come tali sappiamo quale è il nostro ruolo ed il nostro momento.

Nell’alba del primo gennaio del 1994, un esercito di giganti, cioè di indigeni ribelli, scese sulle città per far tremare il mondo con il suo passo. Appena pochi giorni dopo, con il sangue dei nostri caduti ancora fresco nelle strade cittadine, ci rendemmo conto che quelli da fuori non ci vedevano.

Abituati a guardare gli indigeni dall’alto, non alzavano lo sguardo per guardarci. Abituati a vederci umiliati, il loro cuore non comprendeva la nostra degna rivolta. Il loro sguardo si era fermato nell’unico meticcio che videro con il passamontagna, cioè non guardarono.

I nostri capi e le nostre cape dissero: “Vedono solamente i piccoli ccome loro, facciamo che qualcuno diventi piccolo quanto loro, così che lo possano vedere ed attraverso di lui vedano noi.”

Cominciò così una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meravigliosa, una maliziosa mossa da parte del cuore indigeno che siamo, la sapienza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione.

Cominciò allora la costruzione del personaggio chiamato “Marcos”.

Vi chiedo che mi seguiate in questo ragionamento.

Supponiamo che è possibile un’altra forma di neutralizzare un criminale. Per esempio, creandogli la sua arma omicida, fargli credere che è reale, portarlo a costruire, sulla base di questa effettività, un suo piano, e, nel momento in cui si prepara a sparare, la “arma” torni ad essere quello che è sempre stata: un’illusione.

Il sistema intero però, soprattutto nei mezzi di comunicazione, gioca a costruire glorie per poi distruggerle se non si piegano ai loro disegni. Il suo potere risiedeva (ora non più, sono state spiazzate in questo dalle reti sociali) nel dire cosa e chi esisteva nel momento in cui sceglievano cosa nominare e cosa tacere. Anche se non dovete scervellatevi troppo su questo, perchè io non so poco sui mezzi di comunicazione di massa, come dimostrato in questi venti anni, è un fatto che il SubMarcos si sia trasformato da portavoce in portadistrazione.

Se per intraprendere il cammino della guerra, cioè della morte, ci mettemmo dieci anni; per intraprendere quello della vita ci volle più tempo e occorsero maggiori sforzi, per non parlare del sangue. Perché, anche se non lo credete, è più facile morire che vivere.

Avevamo bisogno di tempo per essere e per incontrare chi sapesse guardarci per quello che siamo. Avevamo bisogno di tempo per incontrare chi non ci guardasse dall’alto, né dal basso, ma di fronte, che ci guardasse con lo sguardo di compagno.

Vi dicevo che cominciò allora la costruzione del personaggio.

Marcos un giorno aveva gli occhi azzurri, un altro li aveva verdi, o marroni, o miele, o neri, dipendeva da chi facesse l’intervista e le foto. Così fu che insieme ad una riserva di una squadra di calcio professionista, un impiegato in un negozio, un autista, un filosofo, un cineasta, e i tanti differenti eccetera che si incontravano nei mezzi di comunicazione commerciali di quei tempi e nelle diverse geografie, c’era anche un Marcos per ogni occasione, cioè per ogni intervista. E, credetemi, non fu facile. Allora non c’era wikipedia e se venivano dallo stato spagnolo dovevo indagare se il corte inglés [una marca commerciale spagnola, n.d.t.], fosse, per esempio, un vestito tipico dell’Inghilterra, un negozio di generi alimentari o un centro commerciale.

Se mi permettete di definire il personaggio di Marcos, direi senza dubbio che fu un pupazzo. Perchè mi intendiate diciamo che Marcos fu un mezzo di comunicazione dipendente da noi.

Nella costruzione e nella gestione del personaggio commettemmo alcuni errori. Durante il primo anno finimmo il repertorio dei “Marcos” possibili. Così che all’inizio del 1995 eravamo in difficoltà proprio mentre il processo dei villaggi stava muovendo i suoi primi passi. E non sapevamo cosa fare. E’ allora che Zedillo (Presidente del Messico dal 1° dicembre 1994 al 30 novembre 2000), con il PAN alla mano, “scopre” Marcos con lo stesso metodo scientifico con cui si predice con le ossa, ossia con la delazione esoterica.

La storia del tampiqueño ci dette fiato, anche se la frode successiva della Paca de Lozano ci fece temere che la stampa commerciale mettesse in discussione pure la “scoperta” di Marcos e scoprisse che era una ulteriore frode. Fortunatamente non fu così: i mezzi di comunicazione continuarono a credere, a queste ed ad altre cose simili.

Più tardi il tampiqueño arrivò a queste terre. Insieme col Subcomandante Insurgente Moisés, parlammo con lui. Gli offrimmo allora una conferenza stampa congiunta, così avrebbe potuto liberarsi dalla persecuzione, visto che sarebbe stato evidente che lui e Marcos non erano la stessa persona. Ma il tampiqueño non volle. Venne a vivere qua. Uscì alcune volte, e la sua faccia si può incontrare nelle fotografie di ricordo dei suoi genitori. Se volete potete intervistarlo. Adesso vive in una comunità, a… Ah, non vuole che sappiate dove vive di preciso. Non diremo nient’altro così che lui, se così lo desiderasse, possa un giorno raccontare la sua storia che visse dal 9 febbraio del 1995. Da parte nostra ci interessa solamente ringraziarlo per averci passato dei dati che ogni tanto usiamo per alimentare la “certezza” che ilSupMarcos non è chi è in realtà, cioè un pupazza o un ologramma, ma un professore universitario, originario del attualmente doloroso Tamaulipas.

Nel frattempo continuavamo a cercare, cercare voi, coloro che adesso sono qui e a quelli che non sono qui però ci sono. Lanciammo una iniziativa dietro l’altra per incontrare l’altro, l’altra, l’altro compagno. Differenti iniziative, cercando di incontrare lo sguardo e l’udito di cui avevamo bisogno, che meritavamo.

Nel frattempo continuava il miglioramento dei villaggi ed il cambio di cui si è parlato molto o poco, constatabile direttamente, senza intermediari. Nella ricerca dell’altro, una volta dietro l’altra ci siamo scontrati. Chi incontravamo o voleva dirigere o voleva che lo dirigessimo. C’era chi si avvicinava e lo faceva con il tentativo di usarci, o per guardare indietro, sia con la nostalgia antropologica che con quella militante.

Così per alcuni eravamo comunisti, per altri trotskisti, per altri anarchici, per altri maoisti, per altri millenaristi, e così avanti, vi lascio i vari “isti” perché poniate quello che vi pare. Fu così fino alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, la più audace e la più zapatista delle iniziative che abbiamo lanciato fino ad ora. Con la Sexta alla fine abbiamo incontrato chi ci guarda di fronte e ci saluta e abbraccia, come ci si saluta ed abbraccia veramente. Con la Sexta alla fine abbiamo incontrato voi.

Alla fine, qualcuno che capiva che non stavamo cercando né pastori che ci guidassero, né greggi da condurre alla terra promessa. Né padroni né schiavi. Né capi, né masse senza testa.

Però ancora non riuscivamo a vedere come fosse possibile che riuscivate a guardare e a sentire ciò che essendo siamo. Internamente, i passi avanti dei villaggi erano stati impressionanti. Così arrivò il corso “La Libertà secondo gli/le zapatisti/e”. In 3 volte, ci rendemmo conto che c’era già una generazione che poteva guardarci di fronte, che poteva ascoltarci e parlarci senza aspettare una guida, né pretendere sottomissione né che la si seguisse. Marcos, il personaggio, non era più necessario. La nuova tappa nella lotta zapatista era già pronta.

Successe allora quello che successe e molte e molti di voi, compagni e compagne della Sexta, lo conoscete direttamente. Poi potrete dire che quello del personaggio fu qualcosa di ozioso. Però una revisione onesta di quei giorni dirà quante e quanti si girarono a guardarci, con piacere o dispiacere, per le ridicolaggini di un pupazzo. Così che il cambio del comando non avviene per malattia o morte, né per sgombero interno, purga o depurazione. Avviene logicamente in base ai cambi interni che ha avuto e che ha l’EZLN.

So che questo non quadra con gli schemi quadrati che ci sono nei differenti che stanno in alto, però questo in realtà non ci interessa. E se questo rovina la pigra e povera elaborazione dei pettegoli zapatologhi di Jovel [San Cristobal de las Casas, n.d.t.], non c’è problema. Non sono né sono stato malato, né sono né sono stato morto. Oppure sì, anche se tante volte mi hanno ucciso, tante volte sono morto e di nuovo sono qui. Se alimentammo queste dicerie fu perché così ci conveniva.

L’ultimo gran trucco dell’ologramma fu di simulare una malattia terminale, e perfino tutte le morti che ha sofferto. Di sicuro, quello di “se la sua salute lo permette”, che il Subcomandante Moisés usò nel comunicato per annunciare la condivisione con il CNI, era un equivalente di “se il popolo lo chiede” “se i sondaggi mi favoriscono” “se dio me da il permesso” o altri luoghi comuni che sono stati quelle frasi ripetute continuamente nella classe politica negli ultimi tempi.

Se mi permettete un consiglio: dovreste avere un po’ di senso dell’umorismo, non solo per la salute mentale e fisica, ma anche perché senza il senso dell’umorismo non riuscite a comprendere lo zapatismo. E quello che non capisce, giudica; e quello che giudica, condanna.

In realtà questa è stata la parte più semplice del personaggio. Per alimentare dicerie bastò solamente dirle ad alcune persone in particolare: “ti voglio dire un segreto però promettimi che non lo racconterai a nessuno”. Naturalmente lo raccontarono. I principali collaboratori involontari della diceria della malattia e della morte sono stati gli “esperti in zapatologia” che nella presuntuosa Jovel e nella caotica Città del Messico si presumono come vicini allo zapatismo e suoi profondi conoscitori, oltre, è chiaro, ai poliziotti che anche si fanno pagare come giornalisti, i giornalisti che si fanno pagare come poliziotti, ed i e le giornaliste che solo si fanno pagare, e male, come giornalisti.

Grazie a tutte e tutti loro. Grazie per la loro discrezione. Hanno fatto esattamente come supponevamo che avrebbero fatto. L’unico lato negativo di tutto questo, è che adesso dubito che qualcuno confidi loro un segreto.

É una nostra convinzione ed una nostra pratica che per ribellarsi e lottare non sono necessari né leader né capi né messia né salvatori. Per lottare si ha solo bisogno di un pò di vergogna, un tanto di dignità e molta organizzazione. Tutto il resto, o serve al collettivo o non serve.

É stato particolarmente comico quello che il culto all’individuo ha provocato nei politologi e analisti dall’alto. Ieri dissero che il futuro del popolo messicano dipendeva dall’alleanza di due personalità. L’altro ieri dissero che Peña Nieto si rendeva indipendente da Salinas de Gortar, senza rendersi conto che, allora, se criticavano Peña Nieto, si mettevano dalla parte di Salinas de Gortari; e che se criticavano quest’ultimo, appoggiavano a Peña Nieto. Adesso dicono che si deve optare per una banda nella lotta in alto per il controllo delle telecomunicazioni, così che o stai con Slim o stai con Azárraga-Salinas. E ancora più in alto, o con Obama o con Putin.

Coloro che sospirano e guardano verso l’alto possono continuare a cercare il loro leader; possono continuare a pensare che da adesso si rispetteranno i risultati elettorali; che adesso sì Slim sosterrà l’opzione elettorale della sinistra; che adesso sì in Game of Thrones appariranno i dragoni e le battaglie; che adesso sì nella serie televisiva The Walking Dead, Kirkman va a aderire al fumetto; che adesso sì le attrezzature fatte in Cina non si romperanno al primo uso; che adesso sì il calcio sarà uno sport e non un affare.

E sì, può darsi che in alcuni di questi casi possa succedere, però non si deve dimenticare che in tutti essi siete semplici spettatori, cioè consumatori passivi.

Coloro che amarono e odiarono il SupMarcos adesso sanno che hanno odiato e amato un ologramma. I loro amori ed odi sono stati, cioè, inutili, sterili, vuoti.

Non ci sarà allora una casa-museo o targhe di metallo dove nacqui e sono cresciuto. Né ci sarà chi viva dell’essere stato il subcomandante Marcos. Né si erediterà il suo nome né il suo incarico. Non ci saranno viaggi all inclusive per dare conferenze all’estero. Non ci saranno trasferimenti né cure mediche in ospedali di lusso. Non ci saranno vedove né ereditieri. Non ci saranno funerali, né onori, né statue, né musei, né premi, né niente di ciò che il sistema fa per promuovere il culto all’individuo e per disprezzare il collettivo.

Il personaggio fu creato e adesso i suoi creatori, gli zapatisti e le zapatiste, lo distruggono.

Se qualcuno capisce questa lezione che danno i nostri compagni e compagne avrà compreso uno dei fondamenti dello zapatismo.

Così che negli ultimi anni è successo quello che è successo. Allora vedemmo che il pupazzo, il personaggio, l’ologramma, non era più necessario. Una ed un’altra volta lo abbiamo pianificato, ed una ed un’altra abbiamo aspettato il momento indicato: il calendario e la geografia precisi per mostrare quello che siamo in realtà a coloro che sono realmente.

Allora arrivò Galeano con la sua morte a marcarci la geografia ed il calendario: “Qui, ne La Realidad; adesso: nel dolore e la rabbia”

V.- Il dolore e la Rabbia. Sussurri e grida.

Quando siamo arrivati qui nel caracol de La Realidad, senza che nessuno ce lo dicesse abbiamo cominciato a parlare con sussurri. A voce bassa parlava il nostro dolore, a voce molto bassa la nostra rabbia. Come se cercassimo di evitare che a Galeano lo facessero scappare quei rumori, i suoni che gli erano estranei. Come se le nostre voci e i nostri passi lo chiamassero. “Aspetta compagno”, diceva il nostro silenzio. “Non te ne andare”, sussurravano le parole. Però ci sono altri dolori ed altre rabbie. In questo stesso momento, in altri angoli del Messico e del mondo, un uomo, una donna, unao altrao, un bambino, una bambina, un anziano, una anziana, una memoria, è colpita, circondata dal sistema che è diventato crimine vorace, è bastonata, presa a colpi di machete, sparata, uccisa, trascinata tra gli insulti, abbandonata, il suo corpo recuperato e vegliato, la sua vita interrata.

Solo alcuni nomi:

Alexis Benhumea, assassinato nello Stato de México.
Francisco Javier Cortés, assassinato nello Stato di México.
Juan Vázquez Guzmán, assassinato in Chiapas.
Juan Carlos Gómez Silvano, assassinato in Chiapas.
Il compa Kuy, assassinato al DF.
Carlo Giuliani, assassinato in Italia.
Aléxis Grigoropoulos, assassinato in Grecia.
Wajih Wajdi al-Ramahi, assassinato in un Campo profughi nella città di Ramalla. 14 anni, ucciso da un colpo sparato alla schiena da un posto di osservazione dell’esercito israeliano, non c’erano manifestazioni, né proteste, niente per la strada.
Matías Valentín Catrileo Quezada, mapuche assassinato in Chile.
Teodulfo Torres Soriano, compagno della Sexta desaparecido nella Città del Messico.
Guadalupe Jerónimo e Urbano Macías, abitanti di Cherán, assassinati in Michoacán.
Francisco de Asís Manuel, desaparecido a Santa María Ostula
Javier Martínes Robles, desaparecido a Santa María Ostula
Gerardo Vera Orcino, desaparecido a Santa María Ostula
Enrique Domínguez Macías, desaparecido a Santa María Ostula
Martín Santos Luna, desaparecido a Santa María Ostula
Pedro Leyva Domínguez, asesinado a Santa María Ostula.
Diego Ramírez Domínguez, assassinato a Santa María Ostula.
Trinidad de la Cruz Crisóstomo, assassinato a Santa María Ostula.
Crisóforo Sánchez Reyes, assassinato a Santa María Ostula.
Teódulo Santos Girón, desaparecido a Santa María Ostula.
Longino Vicente Morales, desaparecido in Guerrero.
Víctor Ayala Tapia, desaparecido in Guerrero.
Jacinto López Díaz “El Jazi”, assassinato in Puebla.
Bernardo Vázquez Sánchez, assassinato in Oaxaca
Jorge Alexis Herrera, assassinato in Guerrero.
Gabriel Echeverría, assassinato in Guerrero.
Edmundo Reyes Amaya, desaparecido in Oaxaca.
Gabriel Alberto Cruz Sánchez, desaparecido in Oaxaca.
Juan Francisco Sicilia Ortega, assassinato in Morelos.
Ernesto Méndez Salinas, assassinato in Morelos.
Alejandro Chao Barona, assassinato in Morelos.
Sara Robledo, assassinata in Morelos.
Juventina Villa Mojica, assassinata in Guerrero.
Reynaldo Santana Villa, assassinato in Guerrero.
Catarino Torres Pereda, assassinato in Oaxaca.
Bety Cariño, assassinato in Oaxaca.
Jyri Jaakkola, assassinato in Oaxaca.
Sandra Luz Hernández, assassinata in Sinaloa.
Marisela Escobedo Ortíz, assassinata in Chihuahua.
Celedonio Monroy Prudencio, desaparecido in Jalisco.
Nepomuceno Moreno Nuñez, assassinato in Sonora.
I migranti e le migranti desaparecidos forzatamente e probabilmente assassinati in qualche angolo del territorio messicano. I prigionieri che si vuol uccidere mentre sono in vita: Mumia Abu Jamal, Leonard Peltier, los Mapuche, Mario González, Juan Carlos Flores.

Il continuo interramento delle voci che furono vita, fatte tacere sotto terra o con il chiudersi delle sbarre.

E la beffa maggiore è che, in ogni palata di terra che tira lo sbirro di turno, il sistema dice: “non vali, non importi, nessuno ti piange, a nessuno produce rabbia la tua morte, nessuno segue il tuo passo, nessuno porta avanti la tua vita”. E con l’ultima palata sentenzia: “anche se prendono e puniscono noi che ti uccidiamo, sempre incontrerò un altro, un altra, altri, che di nuovo ti imboscheranno e ripeteranno la macabra danza che ha posto fine alla tua vita”. E dice: “La tua piccola giustizia, nana, prodotta perché i mezzi di comunicazione commerciali simulino ed ottengano un po’ di calma per frenare il caos che gli viene addosso, non mi spaventa, non mi punisce”.

Cosa gli diciamo a questo cadavere che, in qualsiasi angolo del mondo del basso, lo si sotterra nell’oblio? Che contano solo la nostra rabbia e il nostro dolore? Che importa solo il nostro coraggio? Che mentre sussurriamo la nostra storia, non ascoltiamo il suo grido? Ha tanti nomi la ingiustizia e sono tante le grida che provoca. Ma il nostro dolore e la nostra rabbia non ci impediscono di ascoltare. E i nostri sussurri non sono solo per lamentare la caduta dei nostri morti ingiustamente. Sono per poter ascoltare ad altri dolori, fare nostre ad altre rabbie e continuare così nel complicato, lungo e tortuoso cammino di fare di tutto questo un grido che si trasformi in lotta liberatrice. E non dimenticare che, mentre qualcuno sussurra, qualcuno grida. E solo l’udito attento può ascoltare.

Mentre adesso parliamo ed ascoltiamo, qualcuno grida di dolore, di rabbia. E così, come c’è da imparare a dirigere lo sguardo, anche l’udito deve incontrare la direzione che lo renda fertile. Però, mentre qualcuno riposa, c’è chi continua ad andare in salita. Per guardare questo dovere, basta abbassare lo sguardo ed alzare il cuore.

Potete?

Potrete?

La piccola giustizia assomiglia alla vendetta. La piccola giustizia è quella che è in parte impunità, cioè punendo uno assolve ad altri.

Quella che noi volgiamo, per la quale lottiamo, non finisce nell’incontrare gli assassini del compagno Galeano e vedere che ricevano la loro punizione (che così sarà, che nessuno si lasci ingannare). La ricerca paziente ed ostinata cerca la verità, non il sollievo della rassegnazione. La giustizia grande ha a che rivedere con il compagno Galeano sotterrato. Perché non non ci domandiamo cosa facciamo con la sua morte, ma cosa dobbiamo fare con la sua vita.

Scusatemi se entro nel fangoso terreno dei luoghi comuni, ma questo compagno non meritava di morire, non così. Tutto il suo impegno, il suo sacrificio quotidiano, puntuale, invisibile per cui non fosse stato dei nostri, fu per la vita. E vi posso dire che fu un essere straordinario e anche di più, e questo è quello che meraviglia, che ci sono migliaia di compagni e compagne come lui nelle comunità indigene zapatiste, con la stessa volontà, l’identico impegno, la stessa chiarezza e un unico destino: la libertà. E facendo macabri conti: se qualcuno merita la morte è che non esiste ne ha esistito, se non nella fugacità dei mezzi di comunicazione commerciali.

Ci ha già detto il nostro compagno capo e portavoce dell’EZLN, il Subcomandante Moisés, che nell’uccidere Galeano, o chiunque altro degli zapatisti, quelli in alto volevano assassinare l’EZLN. Non come esercito, ma come ribelle testardo che costruisce ed alza la vita dove loro, quelli in alto, desiderano la landa desolata delle industrie minerarie, petroliere, turistiche, la morte della terra e di coloro che la abitano e la lavorano.

Ho già detto che siamo venuti, come Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, a dissotterrare Galeano. Pensiamo che è necessario che uno di noi muoia perché Galeano viva. E per fare in modo che questa impertinente che è la morte resti soddisfatta, nel posto di Galeano mettiamo un altro nome così che Galeano viva e la morte se porti via non una vita, ma solo un uomo, delle lettere vuote di ogni senso, senza storia propria, senza vita. Così che abbiamo deciso che Marcos cessi di esistere oggi.

Lo porterà per mano sombra il guerriero e lucecita perché non si perda nel cammino, Don Durito se ne andrà con lui, lo stesso farà il Vecchio Antonio. Non sentiranno la mancanza le bambine ed i bambini che prima si riunivano per ascoltare i suoi racconti, perchè adesso sono grandi, hanno già giudizio, lottano di già per la libertà, la democrazia e la giustizia, che sono il compito di ogni zapatista. Il gatto-cane, e non un cigno, intonerà adesso il canto di congedo. Ed alla fine, coloro che capiscono, sapranno che non se ne va chi non c’è mai stato, né muore chi non ha vissuto. E la morte se ne andrà ingannata da un indigeno col nome di battaglia di Galeano, e in quelle pietre che avete collocato sulla sua tomba tornerà ad andare e ad insegnare, a chi si conceda a questo, le basi dello zapatismo, cioè non vendersi, non arrendersi, non tentennare.

A noi? Bene, a noi la morte ci riguarda per ciò che ha di vita. Così che siamo qui, ingannando la morte nella realtà.

Compagni,

detto tutto l’anteriore, essendo le 02:08 del 25 di maggio 2014 nel fronte di combattimento sud orientale dell’EZLN, dichiaro che cessa di esistere il conosciuto come Subcomandante Insurgente Marcos, l’autodenominato “subcomandante di acciaio inossidabile”

Questo è.

Dalla mia voce non parlerà più la voce dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Bene. Salute e a mai… o hasta siempre, chi ha compreso saprà che questo non importa più, che non ha mai importato.

Dalla realtà zapatista. Subcomandante Insurgente Marcos.

Messico, 24 maggio 2014.

P.S.1.- “Game is over”?
P.S.2.- Scacco Matto?
P.S.3.- Colpito?
P.S. 4.- Ci vediamo, ragazzi, e mandate tabacco.
P.S. 5.- Mmh… così che questo è l’inferno… Questo Piporro, Pedro, José Alfredo! Cómo? ¿Por machistas? Nah, no lo creo, si yo nunca…
P.S.-6.- Ovvero mi si dice che, senza il vestito da pupazzo, ora posso andare nudo?
P.S. 7.- Sentite, è molto buio qua, ho bisogno di una lucina.

(…) (si sente una voce fuori campo). Buona alba compagne e compagni. Il mio nome è Galeano, Subcomandante Insurgente Galeano. Qualcun altro si chiama Galeano? (si sentono voci e grida) Ah, dopodiché mi hanno detto che quando tornanerai a nascere, devi farlo in collettivo. E così sia…

Buon viaggio. Abbiate cura di voi, abbiate cura di noi.

Dalle montagne del Sud Est Messicano. Subcomandante Insurgente Galeano. Messico, maggio del 2014.