Senza la Russia l’Europa perde l’anima

colosseodalla pagina fb di Franco Piperno.

Contenere l’impero russo in Occidente, costringerlo ad arretrare verso Oriente, verso lo scontro con l’impero cinese è la strategia imperiale americana.

Per l’Europa di Bruxelles – questo impero allo stato nascente – la subordinazione geopolitica alla NATO e quindi agli USA può risolversi in un danno, economico e diplomatico, rilevante. Per noi europei, poi, il danno potrebbe essere ancor più grave, forse fatale – una sorta di spossessamento sentimentale, la perdita di una parte di noi stessi.

Il premio Nobel Obama, il Faraone Nero, durante il soggiorno a Roma, ha avuto modo – nel delineare la Pax americana ovvero la spartizione del mondo – d’affermare che la Russia è solo una potenza regionale: egemone su una porzione di mondo al di là dei suoi confini di stato-nazione, ma con il divieto assoluto di allargare questa porzione ad Occidente.

Per noi europei, la Russia è altro e di più.

Se esiste tra di noi una sentimentalità comune, dentro questa ha fatto nido da tempo “l’anima russa”.

Quella formatasi con l’evangelizzazione greca, con la parola degli Starez; quella che ha salvato l’Europa dai Tartari dell’Orda d’Oro; quella del Mir, la comunità del villaggio contadino; delle icone sacre, del cristianesimo orientale dalla religiosità senza colpa, radiosa, priva d’accidia – dove la Domenica di Pasqua, la resurrezione miracolosa del Cristo, testimonia che siamo salvi, risarcendo così nel rito l’agonia atroce del Venerdì Santo – la Resurrezione prevale, qui e ora, sul Tradimento e la Crocifissione. Il Mir, il villaggio contadino dei servi, può così trasfigurarsi in “terra promessa a “KilometroZero”, in luogo della salvezza.

La Russia all’origine, nel basso medioevo; quella cantata dal poeta: Kiev è la città madre di tutte le città russe, Mosca è la Terza Roma.

Poi, di nuovo, nell’Ottocento, l’anima russa irrompe nella sentimentalità europea tramite i romanzi, i grandi romanzi che scavano nell’interiorità sconvolta dal mercato capitalistico; e forgiano i sentimenti di gran parte degli intellettuali europei – romanzi di formazione in senso proprio, ricerca del significato recondito della parola, delle sue risonanze profetiche – romanzi dove le parole sono interrogate allo stesso modo in cui nella tradizione pitagorica vengono interrogati i numeri.

Questo riesumare la parola profetica porterà poi, all’inizio del Novecento, alla tragica magnificenza della Rivoluzione dei Soviet.

La Russia, con l’Ottobre Rosso, ha parlato al senso comune europeo, non solo agli intellettuali; e ha mostrato che era immediatamente possibile vivere in un modo diverso, in un modo di produzione non fondato sulla proprietà privata e sullo scambio mercantile.

Una luce si accese allora in Europa, riverberandosi poi attraverso il mondo. In una frazione significativa dell’umanità si ridestò l’antica fede nella salvezza, la fiducia in sé stessi e nella cooperazione sociale. Sembrò allora che stesse per tornare il Messia.

La luce ha illuminato il mondo per qualche anno, o forse più. Poi la “statualità socialistica” ha sabotato la rivoluzione, che è entrata in una lunga agonia; la luce si è spenta e le cose sono andate come tutti sappiamo.

Il fallimento non ha riguardato solo la Russia bensì l’intera Europa.

Questo fallimento epocale ci abita. Tutti gli europei, anche se inconsapevoli, partecipano del disastro; in qualche modo lo ereditano – così la Russia è dentro di noi, e lo è per sempre.

D’altro canto quando il fallimento è grande perché collettivo, esso diviene una risorsa cognitiva, tanto più potente quanto più fondata sulla comune esperienza.

Insomma la delusione, la cattiva riuscita è ricca d’informazioni, a volerle leggere.

Noi europei ne sappiamo di più sulle potenzialità liberatrici del nostro mondo grazie al fallimento grandioso della Russia – e questo è sufficiente ad avvertire fraternità con i russi e a sentirci noi stessi partecipi dell’anima russa.

Non ci sarà nessuna Europa senza la Russia.

D’altro canto, in quanto impero minore sotto tutela USA, l’Europa di Bruxelles è destinata a competere con l’impero russo, a contenerlo e magari spingerlo ad Est, verso l’impero cinese.

La situazione risulta drammaticamente bloccata; e la crisi finanziaria globale ne accentua la pericolosità.

Ancora una volta è lo stato-nazione, la mentalità statuale a produrre spontaneamente condotte irrazionali e distruttive. Sicché, per assicurare la pace, non basteranno certo le pressioni diplomatiche, le sanzioni commerciali e neanche la deterrenza; forse occorre di più: minacciare la guerra per evitarla – secondo un paradosso che ha già condotto più volte l’Europa alla catastrofe.

E tuttavia, ancora una volta, v’è, a portata di mano, l’uscita di sicurezza, la linea di fuga che non risolve il problema ma lo supera: il deperimento processuale fino all’estinzione della “statualità nazionale”; e il riassorbimento graduale delle sue funzioni socialmente utili nella “politica” in senso stretto, nella città sovrana che si auto governa.