Salerno: Binari, insorgenze e giustizia di classe

duralex“…
Fu nelle notti insonni
vegliate al lume del rancore
che preparai gli esami.
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d’una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d’un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.
…”
Testo dalla canzone di Fabrizio De Andrè “Un giudice” (Qui il video), ispirata dalla poesia di Selah Lively, contenuta nell’antologia di “Spoon River” di Edgar Lee Masters.  

 

Il giudice monocratico Cataudella del Tribunale di Salerno ha emesso una sentenza di condanna a sei mesi di reclusione contro 18 salernitani per aver effettuato, il 14 Marzo del 2007, insieme ad un altro centinaio di attivisti un blocco ferroviario nei pressi del passaggio a livello di San Leonardo, un quartiere della zona orientale della città.

Da mesi, prima di questo giorno, Salerno era stata attraversata da iniziative e momenti di lotta variamente articolati, guidate da un nutrito gruppo di disoccupati organizzati della città. Proteste, cortei, manifestazioni, sit-in, flash mob, occupazioni e azioni varie si erano succeduti, quasi settimanalmente, in ogni quartiere della città, con la partecipazione di migliaia di salernitani.

Questa situazione era alimentata dall’allarme sociale determinato dall’incapacità e dall’incuria dei politici della Regione Campania che avevano messo a rischio l’utilizzo di ben due milioni e mezzo di euro, un residuo di fondi regionali del 2006, destinato alla cooperazione sociale dei salernitani, il cui di utilizzo scava per scadere.

In pratica la strafottenza e l’incompetenza della rappresentanza politica regionale stava facendo perdere due milioni e mezzo di euro ai salernitani. Ma questa marmaglia di incapaci non si era limitata a questo. Infatti nei mesi dell’anno in corso ed in quelli dell’anno precedente, in mille modi diversi ed in decine di occasioni mancate, avevano continuamente confermato e reiterato questo allarme sociale, trasformandolo in esasperazione sociale. Naturalmente gli altri enti locali persero anche questa occasione per stare al fianco di chi lottava. Il Comune era impegnato nei mirabolanti e “luxreggianti” progetti “Crescent-i” mentre la Provincia era intenta a revisionare la storia della nostra resistenza in chiave “filoamericana” ed a elargire ruoli e consulenze danarose ad amici, parenti ed ai loro servi.

E’ in questa situazione che centinaia di proletari, la parte più interessata alla cosa, perchè la più debole della città, è costretta ad organizzarsi e a lottare.

La nascita di questa organizzazione e della sua capacità di lotta, all’epoca, impedirono anche gesti estremi ed il reclutamento di intere fasce sociali in affari ai confini della criminalità strutturata, con tutto la devastazione sociale che ne poteva scaturire.

A questo nucleo, che man mano diveniva un vero e proprio battaglione di guerrieri per la vita, si aggregano, quasi subito, per simpatia, per solidarietà, per disperazione, per coesione sociale e per mille altri motivi ancora, intellettuali, artisti, artigiani, impiegati, studenti, insegnanti, rivoluzionari che contribuirono, in vari modi, allo sviluppo della lotta. Alcuni di essi sono fra i diciotto denunciati e condannati.

E’ in questo clima che si arriva al fatidico giorno della protesta sui binari a S. Leonardo.

Questa azione fu l’apice e la sintesi politica di questo percorso che riuscì a coniugare organizzazione, radicalità e determinatezza, diventando il simbolo della potenza comune salernitana accumulata fino a quel momento.

Ci si organizzò e si lottò. E si riuscì a vincere. I due milioni e mezzo di euro furono sbloccati ed i salernitani ne beneficiarono.

Così centinaia di proletari della città e della provincia, potettero bersi un caffè in santa pace, oppure acquistare, finalmente, l’agognato zainetto scolastico al figlio o riuscire a portare a casa, senza i soliti patemi d’animo, il litro di latte per i propri bambini o togliersi qualche piccolo debito ed altro ancora. Piccole cose, necessarie ed indispensabili per vivere dignitosamente ogni giorno. Questo tipo di consumo mise in circolo su tutto il territorio salernitano i due milioni e mezzo di euro, ridistribuendoli nel sociale, e permise, a più di uno, di uscire di casa a testa alta, con l’orgoglio di essere insorto contro ignoranza, incapacità e menefreghismo di istituzioni marce ed autoreferenziali.

I compagni, le compagne e la gente comune che si gettarono, col cuore e con la mente in questa avventura, impegnando le proprie risorse fisiche e intellettive, i propri saperi e conoscenze ed i pochi soldi di cui disponevano, non hanno mai avuto niente da pretendere da nessuno, se non la gioia e la condivisione della cooperazione sociale dell’insurrezione stessa. Ma che si arrivasse addirittura ad  una condanna per questo, non c’è lo aspettavamo mentre, la rappresentanza politica, la vera colpevole della situazione, continua imperterrita a godersi i loro lauti stipendi, le loro esorbitanti pensioni e a pavoneggiarsi, come se servissero a qualcosa.

Ma noi sappiamo che le stanze dei vostri tetri tribunali, sono stracolmi di enormi faldoni pieni zeppi di reati commessi dai politici e dai loro amici e parenti ricchi e potenti, seppelliti – e nascosti – sotto strati di polvere. Questi faldoni contengono reati che, anche usando il vostro metro di giudizio di classe, che è elastico, inesatto, parziale e becero, sono milioni di volte più gravi del nostro blocco ferroviario.

Ma noi sappiamo che la “razza padrona”, a meno che non violenti e massacri decine di innocenti pubblicamente in una piazza centrale, nella sua ora di punta, dopo averlo annunciato con manifesti per tutta la città, non riceveranno mai – relativamente al reato commesso – la velocità e la pesantezza delle pene e del castigo che così diligentemente e meticolosamente avete riservato a noi.

Ma noi sappiamo che condannando gente comune avete affermato, politicamente e moralmente, in via di fatto e di diritto, con grande nettezza e chiarezza, che “la legge è uguale per tutti” ma “non tutti sono uguali per la legge”.

Ma noi sappiamo che i processi contro le insorgenze di classe trovano, spesso sempre più spesso, un veloce percorso giuridico con condanne esemplari, mentre le migliaia di processi contro la rappresentanza politica si insabbiano continuamente, sotto cavilli, interpretazioni e letture giuridiche comprensive, con abbondanza di prescrizioni ed assoluzioni.

Noi sappiamo che questa è verità vera, anche se non abbiamo le prove ne vogliamo averne.

Noi sappiamo che questo è lo stato della vostra giustizia, oramai di senso comune, nonostante le nenie degli utili idioti giustizialisti che il mainstream ci propina.

Noi sappiamo che “dura lex, sed lex”, vale soltanto per la moltitudine dei subalterni.

pietrorosariobrancacciodottnessuno