POTERE PRECARIO POTENZA COMUNE

sanprecario1Editoriale dei QUADERNI DI SAN PRECARIO 4 DI FANT PRECARIO

Caro precario,
i tuoi Quaderni sono arrivati al numero quattro. Più dei dischi dei Libertines, più dei film di James Dean, più dei giri di Ivan Gotti. Ti abbiamo accompagnato nel corso di questi ultimi due anni, misurando la crescita dei tuoi bisogni, registrando la generale indifferenza che il mondo riserva a te che, pure, sei il mondo.

Assumemmo la tua vita completamente immersa nella metropoli-fabbrica laddove, novello Tarzan ti aggiravi soggiogando con perizia docili liane e scarlatte Jane (perfide produttrici di plusvalore).

Azzardammo lo spettro dello sciopero precario, non sciopero dei precari, ma radicalmente, ontologicamente precario, nello spiegarsi dell’essere merce e al contempo vita.Rinnegammo la sacra consuetudine del rispetto dei patti (per cui ogni libertà si fa peccato), opponendo l’orgogliosa insolvenza e il diritto alla bancarotta come rifiuto dell’economia del debito.

E ora? Tra sindacati che ci chiedono i polmoni in cambio di lavoro, politicanti la cui maschera di maiale è mille volte più gradevole del loro vero volto, l’ impresa-mafia-stato che promette treni veloci e ponti sugli stretti soltanto per erogare anticipi, erodendo le finanze statali le cui pessime condizioni sono poi (e turbinosamente) ragione di manovre finanziarie severissime per ripianare bilanci che proprio quelle erogazioni hanno falsato, la tua vita scorre nell’ illusione di una creatività tanto caleidoscopica quanto mortifera, segregata in gesti e sospiri asfittici che il capitale incapsula e valorizza. Sogno o sono gesto?

Perchè, quindi, i redattori dei Quaderni non si amputano le mani? Perchè tu, precario non t’iscrivi alla Cgil? Perchè non lasciamo che il capitale assorba ogni nostro attimo fino all’ ultimo respiro restituendoci il nostro cadavere sotto forma di teschietti a la McQueen? Perchè?

Perchè annusiamo il cambio di paradigma, la completa perfezione dell’operaio sociale nel suo volgersi all’ operaio merda sino al precario impresa, ovvero fino al suo divenire a tal punto impresa dall’ acquisire la necessita’ di uno spostamento radicale, ovvero di un agire che contemporaneamente irrompa e rompa le nuove contraddizioni, ovvero la sua liberazione nel comune. Perché’ siamo la forma attuale del mondo.

Perché il divenire non è faccenda di uno solo degli attori in campo, il capitale, mai esito, mai scontato e sempre precario, di una lotta di opposti. E’ in questa lotta che il comun(e)ismo si fa e non c’è equilibrio che tenga, né linearità progressiva a deciderne il ritmo. Perché dire transizione significa affrontare il problema del soggetto che agirà il superamento senza “transigere”.

Il precario impresa é soggetto reale. La realtà del suo corpo – confermata ogni giorno dal suo essere costituito in garanzia del sistema di produzione cognitivo fondato sul debito – deriva proprio dalla potenza che egli esprime vivendo e producendo, appunto, la realtà. Lo stato di cose presenti, tutto opera del precario, è anche atroce poiché sorge dalla sua negazione. Il precario va deprivato della sua vita ma anche (e soprattutto) delle sue modalità espressive. Il continuo ricondurre l’
esistenza precaria alla legge del valore consegue la distorsione del comune in malecomune, putrescente cover capitalistica del canto precario. In una parola, con il paraocchi delle ideologie dominanti è difficile vedere il comune anche se è ovunque intorno a noi. E allora transizione sia.

Le forme attuali della produzione e dell’ accumulazione capitalistica, nonostante la loro sistematica tendenza a privatizzare le risorse e la ricchezza, rendono paradossalmente possibile e persino, necessariamente, esigono l’espansione del comune. Il capitale non è soltanto una forma di comando, ma una relazione sociale. Per questo il capitale dipende, sia per la sopravvivenza sia per il suo sviluppo, dalle soggettività produttive che sono al suo interno ma che sono allo stesso tempo antagoniste.

Il precario si è fatto azienda, elemento produttivo costituito in impresa vivente (alla faccia delle persone giuridiche) senza averne lo statuto conclamato: questa condizione rende impossibile ogni rivendicazione. Il precario infatti, straordinario creditore grazie alla costante cessione di esistenza effettuata a favore del capitale, si ritrova capovolto nella condizione di debitore in nome di una ricchezza inesistente e soltanto nominale che da lui stesso si origina e trova senso. Impresa tra imprese. Il suo obiettivo, il fine del processo di auto-valorizzazione, è la liberazione intera del lavoro vivo, nella produzione e nella riproduzione, è l’ intera utilizzazione della ricchezza al servizio della libertà collettiva, il comune appunto.

Allora occorre chiedere conto al capitale, ogni giorno, ogni momento, della normativita dell’ essere impresa precaria, così da trasformarla da imposizione che lacera la socialità a consapevolezza dell’ obbligo per il capitale di considerarla tale.

SANPRECARIO CAMIONLa liberazione non è pensabile senza un processo che innesti la positività della costruzione di un nuovo modo collettivo di produrre a partire dalla negatività del modo capitalistico di produzione. Ma occorre aggiungerci l’ invenzione in senso proprio, la determinazione qualitativa di un modo di produzione non più dominato dalle categorie del capitale.Proprio quando l’ impresa precaria viene assunta dal capitale quale categoria giuridicamente rilevante, si impone il rifiuto di questa codificazione e il superamento della forma impresa. Ciò può avvenire destituendo ogni aspetto economicista al dispiegarsi dell’ attività precaria, evitando di concedersi quale tetra macchina produttiva di pensieri tristi (o meglio, rattristati dalla costante apprensione del produrre per il capitale), rendendosi definitivamente e totalmente incommensurabili nel lavoro. In questo modo il precario, da bene / produttore di beni – e quindi suscettibile di una possibile destinazione economica e in quanto tale esposto dunque al privatizzarsi al pari di ogni altro bene materiale – si traduce in potenza produttiva di trame inedite che trascendono il debito, le gerarchie, il merito, il valore.

Essere tutto ma di nessun valore per il capitale, inutilizzabile per lo sfruttamento e per la erezione di nuovi steccati. Così si inverte la ri-costruzione giuridica del soggetto di diritto, il quale non è più tale perché riconosciuto dall’ ordinamento, ma perché il comune, diritto adespota per antonomasia, trova il proprio padrone nella moltitudine.

Tutto ciò avviene perché siamo maggioranza, non quella triste che viene misurata qualche volta, ogni decennio, tra adulti che si mettono il grembiulino di ordinanza e tornano a scuola, ma maggioranza qualitativa e quantitativa del lavoro produttivo sociale.

Buona fortuna.

Fant precario

Nota di CX: Per una volta la potenza comune è nominata come merita.