Marchionne, gli operai e l’identità del fare

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“Siamo quello che facciamo”, è lo slogan che domina l’entrata operaia della Fiat Pomigliano d’arco Mirafiori. Lo slogan è stato scelto e voluto in quel posto da Marchionne, per ammonire gli operai a prepararsi diligentemente al lavoro, ancor prima di entrare in fabbrica. Fate gli operai, siate operai anche socialmente, biologicamente, mentalmente, comportate da operai nel sociale, cioè state al vostro posto. Ma non solo.

La frase ha anche un’altra funzione, quella di creare una copertura ideologica e filosofica all’attività del suo ruolo di manager ed a giustificare, contemporaneamente, i suoi lauti stipendi.

cegliere uno slogan come quello che la Fiat utilizza ormai da tempo può essere un buon colpo, comunicativamente parlando, ma può anche essere controproducente. Quando sei in macchina e vedi dal finestrino della tua Panda un manifesto gigantesco con su scritto «Fiat Noi siamo quello che facciamo», ti viene da sorridere. E non è uno di quei sorrisi che nascono dalla gioia, no. E’ un sorriso nervoso, quasi un tic. Nasce da un corto circuito tra le sensazioni alla guida, le informazioni che arrivano dagli occhi e quello che le orecchie sparano dritto al cervello. Treni diversi che si muovono drammaticamente verso un unico punto. Lo scontro è inevitabile. Guidi la tua panda, e ti piace. E’ una macchina che ti ricorda l’adolescenza, una specie di carrarmato su ruote, praticamente indistruttibile. Insomma, è una Panda. Il tuo sguardo intanto è attratto da quel manifesto bianco gigantesco, vedi una copia della tua auto. Sì, quello alla guida nella pubblicità potresti essere tu. Poi leggi lo slogan: «Noi siamo quello che facciamo», ma non hai il tempo di annuire che la radio lancia una notizia che non avresti mai voluto sentire. «Fiat lascia l’Italia, il nuovo gruppo nato dall’integrazione di Torino e Detroit si chiamerà Fiat Chrysler Automobiles. La sede legale sarà in Olanda, secondo un modello già sperimentato con Cnh e la residenza fiscale a Londra». Ed è lì che ti parte il tic. La Fiat lascia l’Italia? E le rassicurazioni di Marchionne? E i contributi statali che negli anni sono usciti dalle tasche degli italiani? E’ a quel punto che pensi che è proprio vero, noi siamo quello che facciamo.

Raffaele Nespoli

NOI SIAMO QUELLO CHE FACCIAMO RIPETUTAMENTE. PERCIO’ L’ECCELLENZA NON E’ UN’AZIONE MA UN’ABITUDINE (Aristotele)

Lo slogan è costruito con una una frase incompiuta. E’ monco, ha una parte mancante, la parte fondante della frase stessa, quella che ne completa il senso. Svelandolo.

“Siamo quello che facciamo… ma non quello che siamo costretti a fare per sopravvivere”. Questa dovrebbe essere è la frase completa che i padroni non vogliono completar e che nascondono accuratamente.

Marchionne ed, in genere chi ci sta sopra, ama questa frase monca poiché esprime l’orgoglio della razza padrona per quello che fa. Ma la verità è un’altra. E’ che lorsignori non fanno e non sanno fare quasi niente.

La razza padrona ricopre semplicemente dei ruoli funzionali nella gerarchia delle filiera dello sfruttamento dei potenti. Questi ruoli sono accessibili solo a loro ed ai loro pari, protetti come sono da una coltre invalicabile, per i comuni mortali, di stage, di master, di specializzazioni in ogni parte del mondo, di relazioni amicali e parentali, praticabili solo e solamente a suon di denaro e di status, senza aver niente a che vedere con il lavoro, le competenze, la sapienza, le tecniche, sapienza o di altri meriti meritocratici.

altre qualità di questo tipo, anche se sono modellati strutturalmente sopratutto per far credere che in quegli ambiti

sceneggiando, continuamente, una ideologia e uno spettacolo, per far credere che abbiano una funzione produttiva indispensabile, che va quindi, adeguatamente, cioè notevolmente, ricompensata.

Naturalmente da chi sta sotto.

Lorsignori, non fanno altro che gestire, attraverso lo sfruttamento, il lavoro, le relazioni della cooperazione sociale, la vita e le sue molteplici attività come il sapere, le tecniche, l’intelligenza, le abilità e tutto quello che l’umanità pensa, crea e fa.

Non fanno niente, gestiscono il lavoro e la vita degli altri.

Sono dei parassiti dell’umanità e del suo mondo, dei criminali che rubano la ricchezza della vita in comune di chi sta sotto, depredando e devastando le risorse della nostra terra.

Significativo che la mezza frase, “Siamo quello che facciamo”, è montata sopra l’ingresso operaio. Qui si passa per andare a lavorare. lo slogan non è mica collocato sull’entrata dei manager e dei padroni, dove farebbe sorridere.

E’ sull’ingresso produttivo della fabbrica che lo slogan “produce” un’immagine apparentemente innocente ed innocua, oltre che interclassista, che riesce ad inglobare virtualmente la vita ed il lavoro degli operai. E qui che l’immagine dopo la cattura virtuale, viene venduta, spacciata, nel dominio rappresentativo, come l’operatività e l’alacrità dei padroni e per i loro servi. L’immagine anche se usurpata, non  avendo alcuna corrispondenza con la realtà immanente, viene “gestita” e venduta dalla razza padrona, molto materialisticamente e concretamente, tanto da riuscire a mascherare lo sfruttamento fino a farlo quasi scomparire dalla mente dell’umanità.

Salerno,il 18 marzo 2012, prbdottnessuno