La rivolta su una sedia a rotelle: Intervista a Lello

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Lello il 14 Aprile 2014 a Roma

Si scandalizzano per uno che non riconosce alla sua sedia a rotelle l’autorità di impedirgli di essere libero e ribelle. dottnessuno

lellosediaarotelleIntervista a Lello Valitutti di DNA da “Umanità nova”

“Che mi si voglia screditare è normale. Non bisogna meravigliarsi, fanno il loro lavoro”.
Lello reagisce così quando gli leggo l’articolo del Messaggero prima di iniziare l’intervista. Sono felice di essere dall’altra parte del telefono, io a Milano e lui a Roma, così non vede la mia rabbia: Non riesco a non meravigliarmi e a incazzarmi per quello che stamattina ho trovato scritto sul giornale.

“Sì , ma dobbiamo pur far qualcosa”, gli dico. “Grazie Dario, grazie davvero”, mi risponde Lello.

Cosa ci stavi a fare in piazza il 20 novembre 2013 a Roma?

“Stavo in piazza perché da vari anni appoggio il movimento “No tav” perchè credo che gli abitanti di Valsusa debbano decidere cosa si può e si deve fare sulla propria terra. Stavo in piazza perché sono assolutamente contrario a ogni forma di violenza imposta dal potere”.

Ti hanno accusato di essere sempre in prima fila…

“Ero indietro in realtà, ma sono andato davanti perchè stando in carrozzina non vedo niente e ho sempre paura che la gente mi venga addosso. Ho cercato di raggiungere la testa del corteo proprio per respirare: i compagni mi hanno aiutato, gentilmente mi hanno aperto lo spazio per farmi passare. Una volta in testa al corteo mi sono trovato tra la prima fila dei manifestanti e la prima fila degli sbirri. Ogni volta mi ritrovo in una situazione simile perché, ripeto, non posso rimanere indietro al corteo: mi sento molto basso, non riesco proprio a respirare. Mi metto lì perché sono anche io un manifestante tra i manifestanti e ritengo che se la polizia vuole usare una qualsiasi forma di violenze verso i manifestanti la possa usare tranquillamente anche con me. Anzi preferisco che la usino con me che sono una persona di età avanzata, la mia vita l’ho vissuta, piuttosto che tirino una manganellata a un ragazzo che ha tutta la vita davanti. Quindi sono lì, non mi muovo, resto lì. Cerco di oppormi come posso all’avanzata della polizia, come tutti i manifestanti. In una posizione differenziata solo perché in carrozzina”.

Come sono iniziati gli scontri?

“Quando io sono arrivato davanti gli scontri erano già iniziati. Sono continuati perché la polizia aveva bloccato tutte le uscite da Campo de’ Fiori e i presenti, cioè i ragazzi, gli adulti, gli anziani, ritenevano ingiustificabile il comportamento della polizia che non è padrona di un bel niente e non può impedire il libero movimento delle persone. Quello che si voleva era semplicemente uscire da Campo de’ Fiori e fare un corteo. Non sono stati veri e propri scontri: è stato un continuo fronteggiarsi con gli sbirri che cercavano di spingere verso la piazza e noi che cercavamo di uscire. Era una posizione abbastanza statica, la polizia non ha preso la rincorsa per caricarci, non aveva lo spazio per farlo. Quando ci ha provato è stata ricacciata indietro”.

Sei stato colpito tu?

“Per essere onesto la polizia ha cercato di non colpirmi, ha cercato di spingermi indietro, di fermarmi le braccia, ma nel parapiglia qualche colpo l’ho preso. Niente di particolarmente grave però”.

Stavi davanti alla sede del Pd quando è stata imbrattata la targa?

“Non me ne sono neanche accorto”.

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 Lello in azione il 19 ottobre 2013

Ti riconosci nell’articolo che ha scritto il giornalista del Messaggero?

“Non mi riconosco in nulla di quello che scrivono i giornalisti del Messaggero e men che meno mi riconosco in quello che dicono di me. Una cosa è ben chiara anche se per loro è difficile capirlo: io sono anarchico, io ero là come un compagno, un compagno cosciente, responsabile di quello che fa. Gli altri, quelli che erano vicino a me sono altrettanti compagni coscienti, responsabili di quello che fanno. Il mio rapporto con i ragazzi, visto che loro amano dividere le cose tra maestri e allievi – usano questi termini capo, leader, guida -, è esattamente il contrario: posso dire in assoluta sincerità che frequentando questi ragazzi ho imparato tantissimo, mi hanno insegnato un sacco di cose. Io sono vecchio, non uso neanche il computer, certe cose neanche le sapevo e loro mi hanno aiutato a capire come un giovane vive oggi questa realtà, come si presenta ai loro occhi. Io non ho mai dovuto insegnare niente a loro perché non hanno bisogno di nessuno: sanno quello che fanno, sanno perché lo fanno, e fanno solamente quello che si sentono di fare. Così come io so quello che faccio, faccio solo quello che mi sento di fare. Non sono un leader, non comando nessuno. Nel momento in cui mi rendessi conto che, anche contro la mia volontà possa in qualche modo comandare, mi tirerei da parte perché oltre ad essere contrario alle mie idee è contrario assolutamente a quello che io voglio. Mi darebbe un fastidio terribile. Comunque sono contento di essere calunniato da un giornalista del Messaggero perché significa che in qualche modo gli do fastidio, che in qualche modo non sanno come comportarsi con me. E questo vuol dire che le cose che faccio come individuo, come persona, hanno una loro efficacia. A loro sembra strano che non siano solo dei ragazzi che possono facilmente catalogare come avventurosi, sbandati, avventati: a fianco invece ci sono dei compagni come me che ho una storia lunga cinquant’anni, ci sono compagni con una lunga storia alle spalle, una lunga storia di lotte, di battaglie, una lunga storia con problemi anche di galera, di esilio. Siamo al fianco di questi ragazzi, compagni tra i compagni, anarchici tra anarchici. Siamo al fianco di questi ragazzi perché riteniamo che la loro lotta sia giusta. Io sono con loro come potrei essere in qualsiasi altra parte dove si lotta per la giustizia, ma assolutamente come compagno tra compagni in un rapporto assolutamente paritario. E se qualcuno ha imparato qualcosa quello sono stato io. Non ho niente da insegnare a nessuno, ma ho ancora tanto da imparare da questi giovani che in queste situazioni dimostrano di essere molto coraggiosi e molto chiari nelle loro idee. Io non sto con questi ragazzi dal 19 ottobre, con questi ragazzi ci sto da molto tempo, sono anni che condivido le loro lotte perché sono anche le mie lotte. Anni che sto con loro perché c’è un rapporto veramente molto bello di stima e di affetto che va al di là di una manifestazione o un singolo episodio: abbiamo un rapporto che hanno quelli che condividono le stesse idee e gli stessi ideali. Una cosa questa che il giornalista che ha scritto l’articolo non potrà certo capire, ma sinceramente peggio per lui. Un consiglio a questo giornalista però vorrei darglielo: la prossima volta firmi l’articolo, è meglio. Un’ultima cosa: chiaramente per chi scrive l’articolo un paraplegico che affronta la polizia è buffo, perché nella sua mentalità il paraplegico non può manifestare, deve fare altre cose. A questo tipo di mentalità rispondo che è meglio essere buffi e provocare divertimento piuttosto che essere nazisti e discriminatori come l’autore dell’articolo. Questo non lo dico a nome mio, ma a nome di tutti i disabili che leggendo l’articolo potrebbero sentirsi buffi, mentre in realtà non sono loro ad essere buffi, ma quelli che scrivono questo tipo di articoli ad essere nazisti”.
DNA

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