Libri. Vento del meriggio. Franco Piperno. Derive e approdi, 2008

ventodelmeriggio

Vento del meriggio. Insorgenze e postmodernità nel Mezzogiorno.

“Come un’ illegittima cometa / nel cielo sgombro d’astri” (Pushkin)

1. Il “pensiero meridiano”

I cinque saggi raccolti in questo volume si distendono su una costellazione di luoghi che attraversano buonaparte del Mezzogiorno continentale su un orizzonte temporale decennale.

Da una parte, sono arbitrari segnatempo che alludono alla ricostruzione, dall’interno, di ciò che accaduto dell’anima meridionale in quest’ultima decade; dall’altra, costituiscono delle piccole pietre miliari che nominano i “luoghi ameni”. Quei luoghi dove si sono dati avvenimenti singolari che hanno trovato il loro compimento come sentimenti, concetti, giudizi. Penetrati nel senso comune fino al punto d’abitare ormai quegli stessi luoghi.

Da un punto di vista accademico o, meglio, di storia del pensiero politico gli scritti qui pubblicati sono il risultato di una convergenza imprevedibile tra due traiettorie culturali del tutto autonome l’una dall’altra e partite da luoghi geograficamente assai distanti.

Infatti, a far data dagli anni novanta del secolo appena trascorso, è andato delineandosi, nel Mezzogiorno d’Italia, un “pensiero meridiano” che ha creato le premesse per una vera e propria “esplosione di senso”, per dirla con Jurij Lotman.

Qui, oltre al rimando bibliografico ai lavori di Alcaro, Cassano, Petrusewicz etc. importa sottolineare come il risultato più significativo conseguito da questo sforzo di pensiero sia stato la critica roditrice della tediosa “questione meridionale”.  Ovvero la demolizione spietata della rappresentazione del Sud costruita, a partire dalla fine dell’ottocento, da quella corrente economico-politica che va sotto il nome di “meridionalismo”.

Si badi non si è trattato solo di fare i conti con la radice liberal-risorgimentale che ha alimentato il meridionalismo italiano tanto nella sua versione dorsiana-salveminiana quanto in quella marxista-gramsciana . I ruderi di questa tradizione , per via dell’inerzia dei processi d’individuazione, ben rappresentati icasticamente dalla figura del governatore-giornalista della Calabria Agazio Loiero, sparsi anche al di fuori del Mezzogiorno, nella pubblica amministrazione, nelle burocrazie sindacali e di partito, nelle redazioni dei giornali e delle emittenti televisive, continuano a produrre e riprodurre una “opinione pubblica” accidiosa. Mentre nell’attività di studio e di ricerca la presenza del meridionalismo è divenuta marginale, se non caricaturale, come è attestato dalle opere di un esemplare epigono, l’accademico napoletano Enrico Cirillo Pugliese.

La posta è stata ben più alta, perché si è puntato ad emancipare gli studi sul Mezzogiorno dal privilegio indebito accordato e dalla conseguente egemonia esercitata da quella triste ed improbabile scienza che è l’economia politica; e ad aprirli nel verso dell’antropologia e della sociologia comparata, della storia delle idee, delle passioni comuni, dei desideri indotti, della comune apprensione del tempo e della natura, della psico-analisi della vita quotidiana, del senso comune, delle forme di rimozione collettiva.

Questo primo, meritorio lavoro di scavo tra i concetti irriflessi ha consentito l’apparire di uno scenario da esodo, esodo semantico da parole come crescita economica, modernizzazione, progresso. Riconosciute nella loro natura di credenze culturali, ideologie superstiziose, feticci, insomma, che legittimano il funesto desiderio d’arricchirsi in fretta piuttosto che tendenze ontologiche dell’umanità in ascesa.

Così, per riassumere con un veloce slogan il lento e profondo maturare del “pensiero meridiano”, possiamo dire che il rifiuto sordo e massiccio della modernizzazione, quella comune percezione ciclica e lenta del tempo, considerata alla stregua di un cancro da estirpare per la salvezza della nazione intera, si è svelato come un immenso magazzino di sentimenti, relazioni, concetti dal quale attingere a piene mani perché il meridione rientri in se stesso, assuma consapevolezza della propria autonomia etica e civile.

2. Gli studi “post-colonial”

Il “pensiero meridiano” era ancora bambino quando sono apparsi, in lingua italiana le traduzioni dei saggi e degli articoli, in gran parte anglo-sassoni (Hall, Gilroy, Said) che vanno sotto il nome di post-colonial o subaltern studies (Guha, Chakrabarty, Spivak) o ancora multiple modernities (Eisenstadt, 2000) o anche, più genericamente, cultural-studies.

Si tratta, va subito detto, di materiali di variegata qualità, spesso tra loro contraddittori quando non autocontradditori; ma tutti convengono sul fallimento della modernità come fato antropologico dell’umanità intera.

Questi studi si muovono su due piani.

Sul primo, lo sforzo di pensiero ritorna all’origine, si punta ad una ripresa di contatto con la realtà, ad un allargamento della fenomenologia sociale osservata; e per far questo, vengono minuziosamente ricostruite pratiche collettive, consuetudini, tradizioni, forme istituzionali, modalità di comunicazione, sentimenti presenti nel luogo dal quale si scrive; insomma, un universo simbolico e materiale che non è in alcun modo riconducibile alla produzione di merci ed allo scambio mercantile di equivalenti.

Sul secondo piano, si svolge l’analisi della “modernità” o meglio del “progetto occidentale di modernità” quale è venuto configurandosi a partire dal secondo dopoguerra, per opera soprattutto di pensatori e politici anglo-sassoni, a partire dal secondo dopoguerra, dall’amministrazione Truman per indicare una data. In questo progetto, la tendenza all’unificazione mondiale del mercato viene assunta quasi fosse la cavalcata inarrestabile dello “Spirito del Mondo”; il che comporta che l’ordine istituzionale, la regolarità e capacità di convergenza, accidentalmente costruito in Europa e nel Nord America lungo più di due secoli, così come la filosofia liberal-socialista che lo sottende; tutto questo sia “naturalmente assimilabile” dai paesi e dai popoli del mondo intero, salvo varianti locali di tipo folklorico. Non a caso, questo progetto ha elaborato dei criteri quantitativi, delle cifre che misurano il grado di modernità ovvero di “civiltà occidentale”di un paese come il Prodotto interno lordo (PIL) o il reddito monetario pro-capite. (Dacrema)

3. La modernizzazione del Pianeta 

Il progetto, diciamo così, neo-moderno differisce in più punti dalla “modernità” classica, quella fabbricata nel XIX secolo ed oggetto della critica di Marx, Durkheim e Weber, per citare pochi tra molti nomi. Senza entrare nei dettagli, si può dire che la modernità classica trovava il suo fondamento nell’ostilità e nella cooperazione tra operai e capitale. I conflitti vengono ricomposti tramite la crescita abnorme della burocrazia.

Il modello neo-moderno, invece, sposta la sua dinamica sulla relazione motrice tra capitale-finanziaro e cittadino-consumatore. Qui il progresso, la moderna civilizzazione appare come aumento irreversibile del reddito spendibile; e la competizione su scala globale, cioè l’unificazione del mercato mondiale, è perseguita per accrescere il potere d’acquisto del singolo consumatore anche se tutto questo comporta un ridimensionamento sociale tanto degli operai quanto del capitale produttivo.

La neo-modernità ha preso forma, come già notato, sotto l’Amministrazione Truman, negli anni cinquanta del secolo trascorso; rimasta come incubata durante i decenni della guerra fredda ha conosciuto il suo trionfo dopo la caduta dei regimi a socialismo burocratico.

Gli studi post-coloniali riscoprono così una verità antica. La modernità, figlia dell’umanesimo rinascimentale, ha un pre-giudizio fondante: il barbaro, il diverso è un essere umano distanziato da noi nel tempo, un essere umano ritardato, sottosviluppato o per dirla con l’ipocrisia ufficiale, in via di sviluppo: vive un tempo miserabile da dove gli occidentali sono, già da tempo, riusciti ad evadere. Infatti, la modernità ha inventato un nuovo tempo, il Tempo Universale, per dare un solo ritmo, finanziario e mercantile, all’intero pianeta – perché un tratto caratteristico di quel progetto è la volontà di omogeneizzare le culture e i comportamenti su scala globale.

Il processo di modernizzazione occidentale viene condotto con una mobilitazione emergenziale delle moltitudini volta a produrre una immane eccedenza che viene puntualmente svalorizzata e sostituita, attraverso l’innovazione di prodotto, con nuove merci destinate, nel medio periodo, a divenire a loro volta eccedenti, in modo che la saturazione dei mercati dovuta alla sovrapproduzione non sia d’intralcio alla crescita senza fine della produzione mercantile.

Questo produrre per produrre ancor di più, questa assoluta autonomia dalla produzione ha finito con l’imporsi come criterio di realtà per centinaia di milioni d’esseri umani sino al punto da rendere comune “buon senso” la credenza, questa sì ideologica anzi idolatrica, secondo la quale per salvarsi basta produrre ogni anno di più.

Così gli studi post-coloniali, proprio perché critici del progetto moderno ancor prima che dei suoi esiti, han finito col mettersi di traverso alla teorie geopolitiche occidentali tanto nella versione del “liberismo selvaggio” americano tanto in quella socialdemocratica europea.

Di più: essi appaiono manifestamente ortogonali alla visione neo-global (Wallestein, Arrighi e per certi aspetti anche Negri)  perché quest’ultima rinuncia a contrastare il fato dell’unificazione del mercato e si illude di trasformarlo in destino proponendo la costituzionalizzazione del mondo intero, la vigenza planetaria dei “diritti universali dell’uomo” occidentale; rimuovendo così, aggiungiamo noi, la parola smagliante di Marx che ci dice che il mercato si nutre del diritto, mercato e diritto nascono e rinascono insieme – in ultima analisi, non v’è mercato senza la dimensione giuridica che garantisca al consumatore la libertà di scegliere il suo consumo.

Ci siamo qui dilungati a presentare il filone di studi post-coloniale, assai ricco e variegato, solo dal punto di vista del “pensiero meridiano” proprio per marcare una certa correlazione che va disegnandosi tra questi due sforzi di pensiero. Per molti aspetti, infatti, si può ritenere che il “pensiero meridiano” sia la manifestazione “locale e ragionevole” di una più generale disaffezione alla modernità che va diffondendosi per il mondo come una aura. E se questo è vero, allora è verosimile che l’incontro con il filone post-coloniale sia destinato a conferire al pensiero meridiano una dimensione locale e mondiale allo stesso tempo, glocal appunto per dirla con un anglicismo. Ed è questa la dimensione che permette di accedere alla realtà come prassi.

4. Le insorgenze delle città rurali

Mentre così si svolgevano le cose nel mondo delle idee, nel Meridione affiora un fenomeno nuovo anziantico: le città rurali assumono la forma di soggetti politici sovrani, capaci di decidere, obbligare e interdire, al di fuori e contro l’autorità costituzionalmente definita. Si è trattato di vere e proprie insorgenze, cioè condotte di massa pubblicamente illegali che sottraggono il territorio al controllo dello stato nazionale e si riappropriano del luogo come fosse il comune destino.

Gli episodi d’insorgenza si sono svolti al di fuori di ogni scambio mercantile, di qualunque calcolo economico, qualsiasi attesa di miglioramento salariale; tutti hanno tratto la loro origine dalla singolarità dei luoghi e da un comune sentimento di cura per essi, da una relazione collettiva con i paesaggi, in breve dal “genius loci”.

Sentimentalmente nel Sud d’Italia negli ultimi dieci anni è come se fossero trascorsi secoli –  da quando le moltitudini manifestavano per offrire i luoghi alle centrali, comprese quelle nucleari o addirittura tumultuavano per ottenere nei luoghi l’istallazione di basi militari americane.

La passione per il proprio luogo, che nel Meridione significa cura delle città rurali, ha prevalso sulla frammentazione dei desideri privati, divenendo un sentimento comune.

La stessa forma dell’organizzazione sociale, durante le insorgenze, con la loro pratica della decisione tramite la democrazia diretta articolata in assemblea testimonia come questo risarcimento del luogo che avviene per insorgenza richieda la capacità di autorganizzazione, cioè di autogoverno.

Va anche notato che le insorgenze hanno comportato, spesso, scontri radicali. Tuttavia questo è avvenuto con un minimo di violenza materiale ed un massimo di violenza teatrale, pubblicamente esibita.

Ad un’attitudine apertamente diffidente se non ostile verso le istituzioni politiche si è accompagnata una insurrezione di massa, una pressione ritmica e anonima della folla, corporea, torva e gioiosa insieme, trasversale rispetto a partiti e ideologie, di tale potenza da spazzar via fin dall’inizio i rappresentanti eletti. Nonché la rappresentazione della democrazia.

Queste forme di lotta, propriamente insurrezionali, che sconfiggono il dominio assediandolo, rendendolo ridicolo e paralizzandone così l’autorità e la capacità di decisione, non possono non ricordare il comportamento delle folle insorte nei paesi ex-socialisti, segnatamente in Ucraina. Ma, d’altro canto, non bisogna scordare che, per il Meridione d’Italia, si tratta di una riproposizione, spesso inconsapevole, delle insorgenze di massa affiorate una prima volta all’epoca dell’invasione francese; e riapparse di nuovo, subito dopo l’annessione del Sud al regno sabaudo, nella lunga resistenza alle truppe piemontesi.

Così Scanzano, Cosenza, Acerra, Serre etc. sono nomi che risuonano; e si imprimono nelle menti dei giovani meridionali come esperienze comuni e ripetibili di difesa e risarcimento dei luoghi dalle offese e le ferite che la modernizzazione tenderebbe ad infliggere.

Sono state esperienze d’esodo, esodo comune dal tempo scandito dalla “produzione del nuovo” e folgorazione di una altra temporalità, di un sentimento del tempo che si nutre dell’amore per i luoghi e dell’incantamento per il loro ciclico rinnovarsi. La durata dell’esodo è stata, poniamo, di qualche giorno, un mese o forse più, ma quel che davvero conta non è la durata ma l’aver vissuto in un altro tempo, l’autenticità dell’esperienza, la verità che si è mostrata, reale come in un lampo.

5. La prassi politica: il ritorno all’origine

Conviene ora esaminare l’orizzonte che è venuto così delineandosi in termini di azione locale ovvero per la prassi politica del pensiero meridiano.

Qui, non essendo possibile ricostruire tutte le occasioni che emergono in questo orizzonte ci limitiamo asegnalarne alcune – precisamente quelle per le quali il rifiuto della modernità agisce come principio d’individuazione.

Si tratta, in primo luogo, della pratica di autorganizzazione delle città rurali che riprende senza saperlo il grande tema dell’estinzione dello stato nazionale, dell’autonomia del Comune e dell’auto-governo.

V’è poi la dimensione dell’individuo sociale, ovvero, la potenzialità collettiva di uscire dal rapporto di lavoro salariato e di ripristinare la centralità dell’attività intesa come vocazione, fatica piacevole, riconoscimento del proprio demone, destino, buona vita; mentre attualmente milioni di uomini e donne, giovani o non più giovani, menano una condizione di mala-vita, insicura nel senso d’essere senza cura, tediosa perché si attende un reddito dalla ricerca di un lavoro spesso stupido, quasi sempre estraneo alle proprie passioni.

Infine, v’è la questione della altra malavita, anzi, a vero dire, delle altre male-vite.

Si tratta della borghesia pubblicana che vive d’accattonaggio sui fondi pubblici destinati a modernizzare il Sud, e questi fondi dissipa ricorsivamente e legalmente; e della borghesia criminale, organizzata in sette, nel perenne stato d’accumulazione primitiva.

6. Autogoverno e democrazia

Vediamo le cose più da vicino. La prima tematica è quella propriamente strutturale. Più ricca e complessa ma più agevole da enunciare: il ritorno all’origine, anche etimologica, della politica ossia la politica come autogoverno del comune, piena autonomia della città.

Le esperienze d’insorgenza hanno rifondato le città rurali che le hanno esperite. Una diversa comunità urbana è apparsa; e si è inebriata vivendo la democrazia diretta e toccando con mano la potenza dell’agire comune, del convergere tutti insieme. Una nuova leva di giovani ha incontrato, attraverso le Assemblee, la prassi dell’autonomia e dell’autogoverno della città, della politica appunto; e ne è rimasta affascinata. Questa enorme energia sociale ha bisogno, per rendersi attuale, di localizzarsi; il che vuol dire dare luoghi stabili ai Comitati di quartiere e alle Assemblee cittadine. Da questi luoghi può partire la cacciata dal Comune dei rappresentanti e dei loro funzionari; e il riassorbimento nella comunità urbana delle funzioni amministrative tramite le istituzioni della democrazia diretta, in primis l’Assemblea e i delegati, quest’ultimirevocabili e con mandato vincolante.

L’autogoverno locale va di pari passo con la riappropriazione delle risorse agricole, boschive, minerali, marine, idroelettriche, paesaggistiche, finanziarie, immobiliari confiscate dallo stato nazionale e concesse ingestione a imprese, qualche volta pubbliche, spesso private, sempre estranee al territorio che saccheggiano.

Il risarcimento della comune potenza può avvenire più rapidamente attraverso la prassi amministrativa piuttosto che restando in attesa di improbabili riforme costituzionali – v’è infatti una dimensione assai larga dell’agire sociale non ancora addomesticata dalla legislazione nazionale né interamente ricondotta alle regole del mercato.

Va da se che la piena autonomia dei Comuni si realizza facendosi carico della necessaria cooperazione tra le diverse città rurali, all’interno di uno scenario di federalismo municipale.

La correlazione è ottenuta tramite l’istituzione giuridica del delegato, revocabile e con mandato vincolante, che scavalca e sostituisce l’istituto della rappresentanza – cioè le province e le regioni, forme rituali di democrazia rappresentativa, concepite dalla fantasia senza immaginazione del ceto politico risorgimentale, articolazioni amministrative dello stato unitario volte a garantire il controllo del territorio, prive di riferimenti etnici o topologici, senza fondamento “nel sangue o nella terra”, divenute oggi del tutto corrotte e fameliche perché astratte; e perfino, a vero dire, ridicole.

7. Il vitalizio e la rendita garantita 

La comune organizzazione della prassi sociale, cioè l’autogoverno, è insieme un compimento dell’individuo sociale ed una prae-condizione per realizzare una buona vita; quindi il tema della mala-vita è cruciale perl’autogoverno.

Qui per mala-vita intendiamo quello scialo di cose tristi che cadenza la vita dei meridionali, massimamente dei giovani. Una vita nella quale il tempo corre un giorno dietro l’altro dritto e noioso come un treno; ed il futuro è appreso come “attesa”, attesa di un lavoro stabile o meglio di un posto di lavoro. Questa è una vita che viene umiliata per il solo viverla.

Il modo dell’attesa paralizza la capacità d’interrogarsi, di rimettersi in questione, di trovare vie di fuga alternative. Così, v’è un paradosso tra il livello d’istruzione dei giovani meridionali, che ha toccato il suo massimo storico nell’ultimo decennio, e le capacità di usare i loro saperi nella vita civile meridionale. V’è,scavato, un abisso tra passioni, attività vocazionali, piacere del fare e ruoli lavorativi irrigiditi e astratti.

Un potenziale immane, il piacere di cercare cosa si vuol fare, l’avventura dell’ incontrare il proprio demone, la felicità del riconoscersi, tutta questa immensa energia è dissipata entropicamente nell’attesa del posto di lavoro.Si noti che non siamo in una situazione storica nella quale il male di vivere è provocato da penuria o scarsità.

Al contrario viviamo tutti nell’eccedenza; ed i disoccupati meridionali non soffrono certo la fame, come mostrano con chiarezza i cumuli di immondizie che soffocano le periferie delle città meridionali o le teorie di macchine che ne intasano le strade.

Qui la sofferenza del vivere è provocata giusto dall’abbondanza di merci, abbondanza prodotta dalla tecnoscienza in modo semi-automatico, con impiego decrescente di lavoro reso via via più stupido e ripetitivo.

In altri termini, la modernizzazione in corso non richiede elevati livelli di istruzione, solo l’attitudine ad apprendere ed ubbidire passivamente. V’è un surplus di conoscenze formali e di saperi che la produzione mercantile non solo non riesce ad usare, ma non arriva neanche a riconoscere.

In altri termini, le convenzioni sociali, che permettono il comune riconoscimento di ciò che è tempo di lavoro e ciò che non lo è, risultano inadeguate se non ostili alle forme di vita che lo stato dei saperi e delle conoscenze formali costruito dalla “totalità dei vivi e dei morti”. Il General-Intellect, insomma, autorizza.

Si pone il problema di mutare le convenzioni non solo in quanto diritto civile ma soprattutto come prae-giudizi comuni, illusioni cognitive che hanno fatto nido nell’anima meridionale divenendo desideri indotti, induzione al consumo. Proprio perché l’ostacolo principale non è la legge ma la falsa coscienza, non v’è altra possibilià d’affrontare la questione se non come insorgenza di un nuovo diritto, emersione pubblica di una soggettività potente che già esiste, ma resta residuale ed invisibile senza il comune riconoscimento.

Il processo d’imporre questo nuovo diritto non può prescindere dallo scontro sociale proprio perché la coscienza insorgente ne abbisogna, cresce per salti e rotture – la via maestra per liberarsi della falsa coscienza passa attraverso il coinvolgimento del corpo: ovvero sfide, rischi, trasalimenti, ferite, scoppi di risa, incantamenti, errori, sofferenze, morti, tutto vissuto nella solidarietà amicale, nella gioia dell’autorealizzazione.

Un possibile appagamento di questo nuovo diritto è bene esemplificato dalla lotta per l’istituzione, a livello comunale, di un vitalizio minimo per tutti i cittadini percettori di un reddito situato sotto una soglia di decenza civica, convenzionalmente definita.

Qui non importa tanto l’aspetto assistenziale e perfino caritatevole del diritto al vitalizio quanto la sua natura di rendita, di rendita automatica che sgorga dalla potenza d’esistere.

Questa rendita ridimensiona drasticamente il problema di cercarsi un lavoro qualsiasi pur d’avere un reddito autonomo, rende sostenibile la flessibilità individuale, contrasta il “lavoro nero”, accrescela domanda interna e, soprattutto, favorisce la pratica di usare il tempo-di-non-lavoro come tempo proprio,cioè libero di potersi dare alla buona vita, alla vita piacevole.

Non è un’esagerazione retorica affermare che il diritto al vitalizio gioca per i giovani meridionali istruiti un ruolo analogo a quello svolto dal diritto alla proprietà privata per la formazione della borghesia – ha una funzione fondativa nel senso di far precipitare il processo d’individuazione politico-psichica, formare una soggettività cosciente di sé.

Del resto, tutti sanno che il Meridione ha, si pensi a Sibari, una antica consuetudine con la rendita, col tempo libero, con l’abitudine a confidare la risoluzione automatica della sopravvivenza alla potenza produttiva dei luoghi. Quel che è cambiato è che laddove tutto era confidato alla terra, agli alberi ed i campi oggi l’automatismo della tecno-scienza rimpiazza significativamente quello della Natura. Né vale l’obiezione, per così dire, “contabile” sulla difficoltà che una simile misura comporta dal punto divista finanziario; infatti, poiché i milioni di disoccupati meridionali non sono alla fame e al freddo questo vuol dire che i costi della loro sopravvivenza sono già pagati materialmente dalla società; solo che questo avviene attraverso un giungla legislativa piena di esenzioni fiscali, assegni familiari, elargizione generosa d’infortuni, invalidità e quant’altro; in modo che la garanzia per la sopravvivenza non equivalga ad un diritto individuale ma sia piuttosto una concessione di una volontà altra, si tratti della famiglia ristretta, o di quella allargata alla clientela o anche del potere pubblico.Detto diversamente, le risorse finanziarie sono già là, una rendita viene percepita ma nella forma perversa che comporta l’assoggettamento ad altri.

Mette conto aggiungere, per poi chiudere su questo punto, che un vitalizio garantito durante tutta l’esistenza può concepirsi, in una visione diciamo così politicamente moderata, come una fiscalità negativa che impegna, come accade in Danimarca o in Canada, qualche punto percentuale del bilancio nazionale. E se fosse necessario, i comuni meridionali potrebbero chiedere la restituzione di quella parte del carico fiscale che assicura la fornitura di servizi come quello dell’esercito, marina ed aviazione –  servizi superflui che si nutrono d’avventure militari e non portano alcun vantaggio al Meridione anzi rischiano di isolarlo dal suol uogo naturale che è il Mediterraneo, tutti servizi di cui le città rurali hanno da tempo imparato a fare a meno.

8. Le malavita meridionali 

Infine il tema delle due malavite, ripreso come problema culturale dei luoghi e non come questione astrattamente nazionale, cioè di controllo repressivo del territorio, d’ordine pubblico insomma.

Della prima, la borghesia accattona, è sufficiente ciò che abbiamo già detto. Qui basterà aggiungere che si tratta di un ceto sociale assai debole perché costruisce il consenso tramite la menzogna pubblica, l’invenzione delle occasioni di lavoro transitorie ed illusorie. La sua forza sta nell’intercettare e poi distribuire, più o meno legalmente, quei flussi finanziari statali e comunitari destinati al famoso sviluppo del Mezzogiorno; svolge quindi un ruolo del tutto dissipativo e corruttivo delle relazioni sociali, fino ad essere odiata dagli stessi che ne traggono beneficio. Per soffocarla senza violenza, basterebbe riconoscersi già sufficientemente ricchi e rifiutare gli aiuti monetari previsti per le zone povere d’Europa rinunciando a crescere secondo lo stereotipo moderno.

Quanto all’altra malavita, la più nota e propriamente criminale, quel che colpisce l’osservatore è il suo radicamento nei luoghi dove abitualmente svolge la sue attività. Si prenda il caso della ‘ndrangheta o meglio delle ‘ndrine calabresi. La struttura ricalca la geografia delle città rurali nell’estremo sud della regione. Anche quando queste organizzazioni criminali muovono uomini e capitali sulla scena internazionale, la radice che ne alimenta la potenza simbolica e ne determina la gerarchia e la coerenza nei comportamenti affonda nei luoghi, nella presenza in luoghi determinati.

Si spiega così quel legame di fedeltà quasi canina al luogo che manifestano gli affiliati alle sette; o anche la modestia quando non l’umiltà del loro vivere quotidiano.

Le ‘ndrine sono nate, ancora in epoca borbonica, come “società segrete”, “carbonerie popolari” volte a difendere i luoghi dalle prime lacerazioni inferte dalla modernità, e per essa dalla massoneria, all’antico modo di produzione basato sugli usi civici.

Di quella origine ha conservato il legame di scambio non-mercantile, la rete di relazioni amicali innervata sulla famiglia allargata, la gestione della “vergogna” affidata alla donna-matriarca, e quella della “paura” all’uomo-patriarca, la pratica tradizionale della “faida”, una certa idea dell’onore etc.

E’ questo nucleo invariante che viene dall’origine che consente alle ‘ndrine” di far fronte all’azione corruttrice della legislazione penale premiale – in termini più spicci, sono assai pochi i pentiti della ‘ndrangheta proprio perché gli affiliati hanno scelto un comune criterio di giudizio, dei modi di reciproca solidarietà ai quali credono e si sforzano di attenersi.

Questo universo simbolico elaborato nel luogo per quasi due secoli, non solo non è percepito come nemico ma gode di consenso e qualche volta di aperta simpatia, specie tra i giovani.

Si noti il carattere qualche po’ intricato della situazione: la ’ndrangheta è potente perché la regola comune che la delimita è estranea al mercato ed allo scambio mercantile; d’altro canto questa potenza è usata con successo proprio nella produzione e nel commercio internazionale dove essa appare come borghesia allo stato nascente; in Italia invece la legislazione antiriciclaggio impedisce quel passaggio in loco dall’illegalità dell’accumulazione primitiva, stadio attraversato da tutte le borghesie del mondo, alla legalità dell’investimento produttivo.

I soldi in Italia puzzano malgrado che molte delle grandi dinastie borghesi del nostro paese e dell’Europa intera siano divenute tali grazie al fatto che prima i soldi non puzzavano.

Il radicamento sociale di questo tipo di malavita è tale da costituire un esempio di comportamento, quasi il malavitoso fosse l’archetipo di una cultura condivisa, di una etica metabolizzata che regola i comportamenti spontanei.

In fondo, a ben vedere, un meridionale che solo abbia conservato il gusto di osservare il mondo dal di fuori della legge, dovesse decidere, in cuor suo, da chi – tra Orlando, professionista dell’Antimafia e Provengano, boss mafioso per regola di vita – acquistare un’auto usata non v’è dubbio che sceglierebbe il secondo. Ciò equivale a dire che la questione delle sette criminali meridionali, prima d’essere un problema d’ordine pubblico, è un grande tema d’antropologia culturale.

Non verrà risolto, l’esperienza lo mostra, né inviando a Palermo magistrati piemontesi, né moltiplicando le leggi speciali, né dispiegando l’esercito, e meno che mai praticando legalmente nelle carceri speciali la tortura psichica,

Tutto questo porterà solo altri lutti – e quale coscienza sarà così addomesticata da rinunciare a capire il deprecabile gesto con cui il figlio vendicherà il padre?

Occorre cambiar strada, occorre che i luoghi meridionali, e non già quel non-luogo che è lo Stato nazionale, assumano la responsabilità della mala-vita, rispondano adeguatamente alle domande che l’esistenza stessa di un simile fenomeno solleva.

Il primo passo, in pieno spirito francescano, è non lasciare il male al diavolo, imparare a riconoscere l’umano, il troppo umano, che abita la mala-vita meridionale.

Le donne e gli uomini che perfino dal carcere continuano la consuetudine con le loro segrete associazioni sono nostre sorelle e fratelli; ed il fatto che abbiano commesso crimini odiosi non li priva della comune umanità, li rende solo, ai nostri occhi, più bisognosi d’aiuto e solidarietà. Altrimenti detto, è arrivato il momento di aprire il dialogo, pubblico e difficile, con la mala-vita meridionale, considerata come un “fenomeno socio-politico” prima ancora che giuridico.

L’attitudine deve essere la stessa che nel dialogo tra culture, o se si vuole sub-culture, diverse; avendo cura di non coinvolgere nel dialogo gli apparati investigativi e punitivi statali che devono garantire, se non si vuol peccare d’ingenuità, l’inevitabile vigenza della legge.

Occorre un gesto di rottura etico-politico, un gesto collettivo che squarci l’ipocrisia e la menzogna; come, ad esempio, avverrebbe se le città rurali del Meridione chiedessero, con una sola voce e potente, l’immediata abrogazione del famigerato articolo del Codice penale – il 41/bis – che autorizza una sorta di tortura psichica legale, praticata in numerosi carceri della nostra Repubblica.

Su questo terreno, i Comuni meridionali devono costringere lo Stato nazionale all’autocritica.

Vogliamo qui, opportunamente, ricordare che l’Alta Corte di Giustizia dell’Europa ha, in oltre dieci occasioni, condannato il governo italiano per il regime carcerario “vessatorio e disumano” in uso nelle prigioni di massima sicurezza, Va da sé che non bisognava aspettare l’opinione ufficiale dei burocrati europei per giudicare il disumano che abita nel carcere duro; chiunque abbia visitato questi luoghi di pena ha avvertito quel senso di raccapriccio che afferra lo stomaco e stinge in nausea – come quando allo Zoo grandi animali di ferina bellezza vengono costretti in minuscoli spazi metallici.

Abbiamo ricordato quelle sentenze per rimarcare un comportamento, tutto italiano, del sistema dei partiti e dei mezzi di comunicazione di massa: una notizia di fonte europea autorevole non penetra, se non in modo interstiziale, nel circuito della comunicazione pubblica, come se studiosi, politici e giornalisti di tutti i colori avessero stipulato un patto non-scritto d’ autocensura.

L’abrogazione del 41/bis è un risarcimento dovuto, una presa d’atto del reale, il riconoscimento della comune umanità. Ma per dialogare occorre di più, occorre adoperarsi per ricomporre il tessuto sociale, occorre un gesto di comune fiducia. Come sarebbe quello per cui le città meridionali promuovessero una campagna in favore di una amministia per i reati associativi, compresi quelli definiti mafiosi.

E qui, i cinque saggi del presente libro chiudono senza concludere.