Figli delle chiancarelle, noblesse oblige?

noblesseAlcuni  signori o signore di “Figli delle chiancarelle” hanno commentato questo post Salerno. 7 Luglio 1972. Storia e non xenofobia che, tra l’altro, era collegato a questo Storie salernitane: Giovanni Marini, scrivendo che bisogna vergognarsi di averlo pensato e scritto. Altri emeriti o emerite, dello stesso gruppo, hanno fatto la considerazione che “Figli delle chiancarelle” è un gruppo apolitico e che, quindi, il post è fuori luogo.

Io il post l’ho cancellato da quel gruppo. Ma questo non può impedirmi di pormi una domanda. Se “Figli delle chiancarelle” è un gruppo apolitico, che cosa sarà mai? Un gruppo artistico? Un gruppo di alienati che avendo impossibilitato qualsiasi spiraglio di vita reale si sono rifugiati nel virtuale? Un gruppo di giocherelloni? Un gruppo di vecchie signore nobili dedite all’uncinetto virtuale dove invece di intessere fili di cotone connettono parole?

Una riflessione sulla Salerno degli anni settanta e sulla figura di Giovanni Marini si può condividere o meno, ma non si può cancellare od ignorare.

Essa è parte della storia di questa città. Nolenti o volenti. E’ una pagina centrale della vita di Salerno più di quella di piccoli amministratori locali che solo appropriandosi, attraverso la rappresentanza, della potenza comune di questa città, dei suoi mezzi e delle sue ricchezze, del suo lavoro vivo e immateriale e delle sue intelligenze possono apparire protagonisti. Protagonisti con i soldi, le risorse ed il lavoro degli altri. Quello dei salernitani tutti.

Protagonisti veri, invece, sono stati quei salernitani che, negli anni ’70,  a migliaia con i loro corpi, e non con mouse e tastiera,  pagando grossi tributi con impegni seri ed intransigenti di intelligenza e di lotta, di carcere e sangue, di poesia e vita hanno cambiato questa città.

Dopo quegli splendidi anni con la repressione, il sangue, l’oblio, l’eroina, la rassegnazione, la cattura nel quotidiano putrescente della normalizzazione questa città ha cominciato a marcire. Ha decomporsi. A chiudersi su sè stessa. E al momento, ha poche prospettive di trasformazione sociale. La quale avviene sempre e comunque per mezzo di una rivoluzione materiale. Pacifica o meno, ma certamente poietica. Condizione questa che non alberga più qui. Forse grazie, anche, al lavoro inde-fesso di una produzione infinita di uno grosso spettacolo pirotecnico virtuale di una immensa impotenza reale di organizzazioni come quella dei “Figli delle chiancarelle”?

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Qui una poesia: Gli incredibili osceni e fuoriscena anni ’70

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