L’oscura ragione fondante dei Crescent salernitani

Dalle Chiancarelle al Crescent. 
Strategia per una nuova  accumulazione originaria del capitale

 

Sul Crescent si sollevano innumerevoli critiche. Da quelle sullo scempio paesaggistico, a quelle sulle sua bruttezza e inutilità, da quelle sul decisionismo nazistico, senza democrazia e partecipazione della città, a quelle sullo sperpero delle risorse pubbliche a quelle ambientalistiche, a quelle sulla cementificazione ad oltranza ed altre ancora.

Tutte critiche sacrosanti ed indispensabili. Ma non esaustive.

La ragione fondante, che è alla base del progetto e dell’imposizione di questo e degli altri scempi salernitani, è la necessità della rappresentanza politica, sociale, economica, finanziaria salernitana (oggi volgarmente e impropriamente definita casta) di autoriprodursi e valorizzarsi. La rappresentanza salernitana per far questo ha bisogno di ricercare e produrre nuove accumulazioni originari del capitale.

Se non appuntiamo le nostre critiche anche su questo aspetto i Crescent salernitani avranno vita più facile e la possibilità di essere riproposti, mascherati in altre forme con altri e diversi progetti.

Il Crescent è il risultato della ricerca e della necessità di una nuova accumulazione originaria che, per imporsi, deve far marcire la storia sedimentata nei territori, espellerne da questi la vita, desertificare per passarci sopra le ruspe e rendere i territori lisci, senza intoppi, per essere resi perfetti e razionalizzati alle speculazioni.

Dopo la spiaggia di S. Teresa a Salerno c’erano magazzini generali nautici, il Jolly Hotel, l’Istituto Nautico, gli scassi nautici, dei depositi di legnami e di “chiancarelle”, delle palestre, un campo basket/pallavolo, una vasca voga per canottaggio, un varco per esercitazione in mare, dei platani secolari, dei marmisti, dei meccanici, dei capannoni variamente attrezzati per riparazioni, depositi o rimessaggi per barche, il mercato del pesce, una fabbrica di ghiaccio ed altro ancora.

C’erano pure i giardinetti attrezzati per i giochi dei bambini. E bar e luoghi per il ristoro, per la vendita “immanente” del pesce fresco e per l’incontro fra viventi.

C’era pure un capannone adibito a recuperi di pezzi nautici, che fu occupato dall’ayatoqquah dopo la morte, senza eredi, del vecchietto che lo gestiva. L’operazione “squatter istituzionale” dell’ayatoqquah fu sconfitta dalle lotte del “Lab. Diana”. E l’ ayatoqquah non riuscendo ad appropriarsene, preferì distruggerlo, per nascondere, ai più, la sua sconfitta e sua vulnerabilità.

Alle “chiancarelle” i negozi di ricambi nautici erano altamente specializzati. In quell’area la storia salernitana e le forme di vita che la formavano avevano sedimentato enormi saperi sul mare con grandi conoscenze tecnicoscientifiche di nautica, di meccanica e sottomarine.

E’ stato fatto tutto marcire. A poco a poco. Anno dopo anno. Imponendo deportazioni di massa e forzate per i proletari e premiali, con i soldi pubblici, per i ricchi, marginalizzando le attività artigiane e commerciali individuali ed ostacolando in mille modi il lavoro vivo presente su questa parte della città come la pesca, le attività da diporto, quelle turistiche, di assistenza o i servizi nautici.

Insomma le “chiancarelle” erano una zona piena di vita e di attività produttive della città.

Su questa zona è stata agita una desertificazione applicata con metodo e scienza.

Su questo luogo stratificato dalla potenza comune – che ha lavorato inesorabilmente negli anni, nei decenni e nei secoli  – è stata distrutta la vita. E’ stata rasa al suolo la sua sedimentazione storico sociale. Il tutto per far spazio ad una nuova accumulazione originaria del capitale.

Un progetto studiato, progettato e perseguito con caparbietà dai comitati di affari salernitani e dal loro ayatoqquah.

Qui è stato commesso un crimine. Si è cacciata la vita per far posto a speculazioni, facendone un deserto per coprirlo di cemento.

La storia e le sedimentazioni sociali di una città non si coprono col cemento, ma vanno supportate e modernizzate. Invece si passa la ruspa sopra per rendere il territorio adatto a massimizzare le speculazioni, i profitti.

Su questa parte di Salerno la centralizzazione politica amministrativa (la rappresentanza locale) e la sua gestione – forze ostili che si valorizzano, si riproducono e si impongono sopra, oltre e contro l’umanità – hanno compiuto uno scempio per giustificare e pianificare le operazioni di colonizzazione dell’economia finanziarizzata globale.

In parole semplici. Per speculare, per gestire milioni di euro pubblici, occorre liberare il territorio dalla vita proletaria immanente e dalle loro cose e attività rendendolo sterile come un deserto, per gestire centralmente le speculazione. Per dividersi gli utili economici e la “gloria”.

Affiancare, invece, nei territori, alle piccole attività, agli operai, agli artigiani già produttivi, le conoscenze, i saperi e le competenze dei più giovani, innestando altre attività e socializzazioni possibili intorno al già esistente aiuterebbe il comune – la produzione di beni in comune, non l’ente comune – esistente sul territorio ravvivando l’antico, facendolo divenire efficiente ed in grado di riprodursi nel nuovo.

Ma questo non si può fare perchè non farebbe arricchire la rappresentanza politica ed i comitati di affari. E non renderebbe immortale ed immaginifico l’ayatoqquah.

Questo sarebbe un bene per i salernitani e Salerno. Ma sarebbe un male insopportabile, mortale, per le “caste” ed i loro leader.

prbdottnessuno

One thought on “L’oscura ragione fondante dei Crescent salernitani

  1. La vedo un’analisi molto esatta della situazione… non tiene però in considerazione però che certi ragionamenti “da casta” sono ormai ben radicati nella cultura italiana. Insomma, forse a salerno è più evidente perchè abbiamo un sindaco sceriffo che si fa notare, ma succede un pò dappertutto la stessa cosa: bisognerebbe farsene una ragione. e non significa arrendersi, ma piuttosto cercare di vedere questi cambiamenti in una luce diversa, in un’ottica fotura, invece di tuffarsi sempre nel passato. Certo, esso poteva essere preservato meglio e non è stato fatto, ma oramai…

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