A Cesare quello che è di Cesare a Hunt quello che è di Hunt

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Zoa e Rocco

 

 “Si nu jurn buono si vo fà / a zona orientale sedda rappà”. Scritta murale nella z.o.
“Vogliamo la fine della rapina della nostra comunità da parte dell’uomo bianco”. Black panthers
(Esiste) “un gigantesco apparato di cattura…governato…da Re-incantatori. Deleuze- Guattari
“L’”altissima* povertà”, col suo uso delle cose, è la forma di vita che comincia quando tutte le forme di vita dell’Occidente sono giunte alla loro consumazione storica”. Giorgio Agamben

 

Rocco ha vinto a Sanremo perchè ha cantato la bellezza, la grande ricchezza e la potenza comune della sua  ”principessa” e de’ “i fruttaiuli, i pisciaiuli”, insieme alle periferie sconnesse e agli accenti della terra dei fuochi e non. E si è sentito. Se, come si auspicava, l’Ariston non s’è spaccato con l’esibizione di Rocco, il teatro è stato, però sicuramente, ipnotizzato dall’arte, dalla storia raccontata ed incarnata nel bios di quel ragazzo di periferia. Se l’Ariston è rimasto in piedi Rocco ha certamente rotto il con-testo della scena di Sanremo, sia sul palco che in nella platea di “uomin schic e femmen pittate”, come diceva Mario Merola, dove la principessa di Rocco, Rocco stesso e l’antico ultras salernitano che esultavano per “Nu jurn buon” che gli è toccato, producevano un’aurea magica intorno a loro, che al resto del palco e della platea era negata. Se non come riflesso.

Lo abbiamo visto tutti, pure in televisione. In questo non c’è niente di strano. E’ per riprodurre queste eccedenze magiche che amiamo, ascoltiamo e cantiamo e ricantiamo una canzone, una bella canzone, e restiamo affascinati dai suoi autori ed interpreti.

Rocco con coraggio, intelligenza, perseveranza e arte, portandosi dietro questo mondo, che d’altronde è quello dei rapper, si è guadagnato il premio. Col suo lavoro. Un lavoro reso possibile perchè ricercato e prodotto dentro e fuori i suoi luoghi e fra e oltre le sue relazioni. Luoghi periferici sconnessi dal centro striato e globalizzato. Relazioni proletarie e immanenti fuori dalla valorizzazione finanziaria della Salerno dei politici e dei potenti e dei ricchi del centro.

L’amore delle principesse proletarie e l’ardire e l’ardore dell’essere ultras, la “Ciampa” dove ha costruito relazioni e Santa Margherita dove è cresciuto, hanno alimentato la sua poesia e non possono prodursi e riprodursi in ambiti linguistici e rappresentativi sterilizzati e omologati dalla ricchezza e dal potere.

All’Ariston non abbiamo sentito augurare nu juorn buono all’assessore o al costruttore, al ministro o al suo vice, alla signorina bene che fa lo shopping al centro con la carta oro di papà o al grande imprenditore milionario. Nu juorn buono è per le moltitudini delle periferie. Ed è per questo che ha fatto poesia. Nu juorn buono è augurato alle moltitudini. Non a Cesare.

Il poeta urbano ha bisogno delle sue periferie per fare poesia. Senza queste la poesia muore. Ed è per questo che nu juorn buono dev’essere celebrato e vissuto nella zona orientale della città. Qui avrà la sua verità. E con essa esploderà tutta la sua potenza comune e la sua magia.

Solo la gente ed i luoghi originari di ‘nu juorn buono’ possono replicarne un altro, che sia vero ed autenticamente vissuto, che non sia consumato nell’alienazione della rappresentazione, fuori di noi. Come potrebbe accadere al centro, che è di Cesare e della sua corte, dove la potenza comune può essere corrotta, diventando potere, venendo esposta al rischio di essere reificata in un apparato di cattura governato da un Re-incantatore che sfrutterà le ricchezze prodotte dalla vita e dall’uso delle cose, del dimorare in un luogo e delle produrre relazioni comuni (comunità), riducendo la poesia a merce che si potrà solo “pensare di godere” e non godere immanentemente, diventando consumo esposto, serializzato e comprato dai Cesare e dai suoi servi.

A Cesare spettano i Grand Hotel, i Crescent, i probabili futuri grattacieli per milionari, le lucenti vetrine del centro e i dispositivi di cattura gestionale politici-amministrativi ed economici-finanziari per lo sfruttamento della comune ricchezza. A Cesare spetta questa zomberia del centro.

A Hunt spettano le fabbriche abbandonate, i rioni sconnessi, le strade poco illuminate delle periferie e l’enorme ricchezza prodotta dalla vita dei proletari che riusciranno a non farsi gestire e rapinare dai Cesare, anche con la poesia, conquistando l’abbondanza, riappropriandosi e ricostruendo le loro dimore e i loro luoghi all’altezza della contemporaneità. A Hunt spetta la vita viva e il divenire delle periferie.

Per avere juorni buoni occorre dare a Cesare quello che è di Cesare ed ad Hunt ed alla “Ciampa” quello che di Hunt e della “Ciampa”. Senza di ciò potremmo collezionare un altro sogno che sparirà all’alba di nuovi giorni non buoni per noi e per Rocco, perchè saranno gestiti e sfruttati da Cesare.

pietrobrancacciodottnessuno

*Altissima povertà è cosa diversissima dalla grandissima povertà e non ha niente a che vedere con le ideologie pauperistiche, oggi tanto di moda.
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Rime proletarie / Ire originarie. Salernitane.

9 thoughts on “A Cesare quello che è di Cesare a Hunt quello che è di Hunt

  1. … pienamente in linea ma, Mario Merola cantava ‘…d’uommene scicche e femmene pittate chesta e’ ‘na festa ‘e ballo tutte cu ‘e fracchisciasse ‘sti signure e’ i’ ca so’ sciso ‘a coppa sciaraballo…

  2. È un concetto banale, il rap nasce su questi argomenti e lo cavalca da un pò di anni a proprio beneficio. Chi deve ringraziare chi, La terra dei fuochi Rocco Hunt o viceversa?
    Non cadiamo in analisi banali e forzate. Merito a chi si è fattoda solo e se volete denuncia una situazione, ma riserbo il diritto di diffidenza di chi usa a proprio beneficio le catastrofi.

    • Scambiare l’immanenza con la banalità è un errore. Ed ancor di più è un errore pensare che dai diamanti del pensiero – senza la contaminazione della merda pura e materiale – possa nascere qualcosa. E peggio ancora è separare la poesia dall’immanenza. La terra dei fuochi è anche la poesia sulla terra dei fuochi. Senza l’una non c’è l’altra. E’ questo il senso dell’articolo. Hunt ne è il protagonista riuscendo ad esprimerla. Ma c’è sempre il pericolo che sovrastrutture potenti cooptino la poesia degenerandola in puro spettacolo. Strappandola alla periferia infuocata per sfruttarla come merce al centro sterilizzato.

  3. Leo Chianca. Peccato per il ragazzo sia miseramente caduto nella rete della propaganda.

    • Un lavoratore immateriale, come chi scrive, fa o canta poesie, va dove gli pare ed ha diritto ad essere apprezzato o meno per il suo lavoro ma non deve essere sfruttato e utilizzato per secondi fini. E’ come se, nel secolo scorso, avessi accusato un operaio della Fiat di fare propaganda ad Agnelli.

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