17 febbraio 1977: Lama cacciato dalla Sapienza

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cit. da Coda di lupo. di Fabbrizio De Andrè. 

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn,

Capelli Corti generale ci parlò all’università,

dei fratelli “tute blu” che seppellirono le asce.

Ma non fumammo con lui, non era venuto in pace.

E a un dio “fatti il culo” non credere mai.

di Marco Mastrandea da ilnadir.net

Ore 7. Suona la sveglia. Il calendario segna giovedì 17 Febbraio 1977, l’agenda rossa del movimento, quello dei sindacati e del Pci coincidono: identico luogo, stessa data, medesimo appuntamento. Alle ore 10 è previsto un comizio di Luciano Lama, segretario generale della Cgil. L’università è occupata per la protesta degli studenti contro la Riforma Malfatti. E’ tempo di crisi petrolifere e sacrifici per i lavoratori, è tempo di disoccupazione giovanile, è tempo di astensione e compromessi storici.

Ore 8. Il cielo è grigio, pioggia probabile. Keeway e ombrelli. Siamo nel Piazzale della Minerva, luogo e simbolo della sapienza. Il servizio d’ordine della Cgil e del Pci sta coprendo con la vernice alcune scritte: “Provocatori sono Pci e il sindacato che pieni di paura…invocano lo stato”; “I Lama stanno in Tibet”. Le firme sono di “Autonomia Operaia”, l’ala dura del movimento, e degli “Indiani Metropolitani”, l’ala creativa e irriverente del movimento. Gli indiani osservano, hanno meditato una contestazione ironica, goliardica in un primo momento, pronta a mutare con il crescere della contestazione. Alcuni indiani spingono una scala da biblioteca, di quelle con ruote, palchetto e ringhiera, sopra c’è un fantoccio in polistirolo di Luciano Lama. Attaccati al fantoccio, tanti cuori e palloncini con scritto “L’ama non Lama” oppure “Non Lama nessuno”. I sindacalisti ridono bonariamente, come dei genitori verso i figli goliardici ma qualche comunista ortodosso reputa la provocazione inammissibile.

Ore 9. Dietro il fantoccio si accalcano i movimenti in aperta contestazione mentre il servizio d’ordine del Pci stende un cordone che perimetra la piazza. Qualcuno intona Guantanamera: “Fatte ‘na pera, Luciano fatte ‘na pera”. Si oltrepassa il limite, la “pera” è gergalmente riferita all’eroina di gran moda in quegli anni, la moda distruttiva che si rivelerà letale per la piazza e quella generazione. Fino ad ora, la contrapposizione politica si è limitata allo scontro verbale.cacciAtalama

Ore 10. Luciano Lama puntuale non manca all’appello, vuole dimostrare che nonostante il compromesso storico e i sacrifici imposti dalla crisi, i giovani e i movimenti sono con loro, studenti e lavoratori ancora insieme come da un decennio a questa parte. Circondato da operai in tuta blu, con passo svelto e guardingo procede verso il palco, la strada per raggiungere il centro della piazza l’ha fatta respirando l’aria intorno. Non mancano i fischi, gli slogan ironici e violenti, non è più il ’68, l’accoglienza è diversa rispetto al passato, ma Luciano Lama ha fegato, nonostante la situazione, non si tira indietro e svelto sale sul palco.

“Il Corriere della Sera ha scritto che saremo venuti qui con i carri armati, si è sbagliato, noi siamo qui…”. Lama, orgoglioso della scelta, parlerà poco più di venti minuti, ma nessuno lo ascolta. Il palco è l’arena, il pubblico è protagonista, Lama diventa una comparsa quasi spettatore, ai suoi piedi, c’è lo spettacolo. Gli Indiani fanno piovere palloncini pieni di vernice sul pubblico, la furia non è più del solo servizio d’ordine, ma dei tanti che erano lì per ascoltare il comizio. Volano fra le due parti pugni, schiaffi, calci, perfino scontri fisici uno contro uno. La scala con il fantoccio di Lama si muove, viene utilizzata come ariete per sfondare il servizio d’ordine ma uno dei capi del servizio d’ordine del Pci usa un estintore contro i collettivi. Si alza una nube bianca, l’aria è fitta e non si vede più nulla, si sentono le grida e le botte: la rissa selvaggia continua.

Ore 10:30. Lama ha concluso il suo discorso, qualcuno sbrigativo sale sul palco per dire che la manifestazione è sciolta, che non si accettano provocazioni. Qualcuno grida basta, che fra i compagni non ci si picchia, intanto, una carica violentissima ha spazzato via il servizio d’ordine, si è diretta contro il camioncino del sindacato e l’ha capovolto e distrutto. Il camioncino era un Dodge rosso americano che dalla fine della guerra era presente in tutte le feste di liberazione, Feste dell’Unità, ogni primo maggio a San Giovanni. Quel camioncino era il simbolo di 25 anni di lotte del partito, del sindacato e un tempo del movimento. La rabbia cresce e gli studenti militanti del Pci prendono le spranghe di ferro, le mazze di legno, affrontano il movimento, lo scontro è violento, le armi sono anche le più improbabili: chiavi inglesi, pezzi di asfalto, bottiglie spaccate. Una catastrofe. Non doveva andare così. Troppe teste rotte.

Sono ore di follia. La Facoltà di Lettere e Filosofia straripa di infortunati, i militanti del Pci sono trasportati al Policlinico. In giornata la cittadella universitaria viene sgomberata e lo scontro prosegue in serata nelle strade di San Lorenzo con alcuni focolai di guerriglia.

Si potrebbero ipotizzare diverse cause – comunque semplificative e non esaurienti – in merito alla frattura fra Cgil-Pci e i movimenti: dalla riduzione del peso politico acquisito a partire dall’autunno caldo dal sindacato, la rinuncia al conflitto e l’adesione a uno scambio politico oppure il compromesso storico. D’altra parte la frattura non va rinchiusa nelle singole scelte partitiche-sindacali ma ricondotta anche a quei mutamenti rigeneranti del movimento, ben diverso dal ’68, che ha posto una serie di contraddizioni interne alla sinistra di massa e a quella extraparlamentare.

di Marco Mastrandea da ilnadir.net

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